BENVENUTE

Ciao a tutte,
Benvenute nel blog "inpuntadipenna2007"
Questa iniziativa ci offre ulteriori occasioni
di scrittura e di scambio di relazioni.
Una volta in più avremo così modo di stare insieme,
di condividere interessi ed esperienze.
Un contributo di crescita ed amicizia per il nostro
gruppo di scrittura molto speciale.
Che un buon demone ci accompagni.
Corinna



30 apr 2015

IL PANE



S'io facessi il fornaio
vorrei cuocere un pane
così grande da sfamare
tutta, tutta la gente
che non ha da mangiare.
Un pane più grande del sole,
dorato, profumato
come le viole.
Un pane così
verrebbero a mangiarlo
dall’India e dal Chilì
i poveri, i bambini,
i vecchietti e gli uccellini.
Sarà una data
da studiare a memoria:
un giorno senza fame!
Il più bel giorno di tutta la storia.


(Filastrocca scritta da Gianni Rodari e cantata da Antonio al reading dei Liberi lettori)

29 apr 2015

Così si percorre la vita



Così si percorre la vita,
con l’ansia del commensale
tra portate che non arrivano.
Si mangia molto pane e si beve,
molto si conversa di favolosi cibi,
universi d’origano, foreste
d’inauditi sapori. È già tardi
e sul limitare del pasto
in un deserto di molliche dalle segrete forme
(e questo è un piede sinistro, si vede),
la nera morte araba ci congeda.


Valerio Magrelli

(Poesia letta al reading Liberi Lettori)




Zobeide di Pedro Cano 


LA VITA IN TAVOLA

Amore dopo amore
Tempo verrà saluterai te stesso arrivato alla tua porta, nel tuo proprio specchio,e ognuno sorriderà al benvenuto dell'altro 
e dirà: Siedi qui. Mangia.Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la tua vita, che hai ignorato per un altro e che ti sa a memoria.Dallo scaffale tira giù le lettere d'amore,
le fotografie, le note disperate,sbuccia via dallo specchio la tua immagine.Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.
 Derek Walcott                                                    
  
                                                                                      (poesia letta al reading dei Liberi lettori)                                                  

28 apr 2015

Questo pane che spezzo


Questo pane che spezzo un tempo era frumento,
questo vino su un albero straniero
nei suoi frutti era immerso;
L’uomo di giorno o il vento nella notte
piegò a terra le messi, spezzò la gioia dell’uva.
In questo vino, un tempo, il sangue dell’estate
batteva nella carne che vestiva la vite;
un tempo in questo pane,
il frumento era allegro in mezzo al vento;
l’uomo ha spezzato il sole e rovesciato il vento.
Questa carne che spezzi, questo sangue a cui lasci
devastare le vene, erano un tempo
frumento ed uva, nati
da radice e da linfa sensuale.
E’ il mio vino che bevi, è il mio pane che addenti.
Dylan Thomas
(Una delle poesie lette lunedì sera al reading dedicato al cibo, dai Liberi Lettori)

27 apr 2015

ADESSO, DA ADOLESCENTE "MATURA", SCRIVO UNA LETTERA ALL'ADOLESCENTE CHE ERO

Cara Gianna (questo era allora il tuo nome o meglio,  il nome con il quale venivi chiamata),
hai visto che il mondo non è ancora migliorato: anzi!
I tuoi sogni, le tue speranze, solo in parte si sono avverate.
Il tuo lottare, purtroppo, si è frantumato nei mille muri di intolleranza,
odio, superbia, ipocrisia che ci circondano,
Ti ricordi il tuo stupore al cambio delle stagioni?
Se la cosa ti fa piacere sappi che riesco ancora a provare, come te allora, forti emozioni.
E il "guerriero" che era in te, ha deposto le armi?
Io sono ormai stanca e i miei orizzonti sono cambiati.
Devo dirti che i tuoi colori netti, decisi, senza compromessi, mi si sono un pò sfuocati.
Di nuovo c'è che ho scoperto ci possono essere anche molte sfumature, forse più tenui ma non per questo, meno belle.
La tua voglia di viaggiare si è sodisfatta? Hai trovato la tua "terra promessa"?
Il mio piccolo mondo, a volte, mi stà stretto, ma è un approdo sicuro.
Ricordi le battaglie, allora erano tali, per riuscire a fare quelle cose?
 (giocare al calcio femminile, viaggiare)
Quanti affanni si sono dissolti come una bolla di sapone.
I tanti scontri ti hanno forgiato e ti sono serviti per affrontare le avversità che spesso, abbiamo incontrato.
Eri una "monella" molto vivace, serena e piena di voglia di scoprire il mondo.
Cara Gianna, Giovanna è una mamma e una nonna abbastanza felice che, in parte, 
non ti ha tradito. 
Con simpatia
                                                                                         Giovanna

26 apr 2015

IN COLLEGIO (continua)

C’erano in collegio dinamiche che mi incuriosivano, altre che mi turbavano e mi risultavano incomprensibili.
C’erano anche ingiustizie palesi, come i privilegi, in genere distribuiti per censo. Ma non erano ingiustizie di grosso calibro, solo piccole sottili differenziazioni. Comportamenti e atteggiamenti signorili e garbati per le ricche figlie della borghesia benestante, un po' meno per le altre.
La nostra divisa consisteva in un grembiule nero con colletto e fiocco, in alternativa a un abito a pieghe a quadretti azzurri con colletto rotondo che mettevamo nelle grandi occasioni.
Non erano molte le occasioni; qualche passeggiata primaverile sulle regaste o in centro città e la partecipazione all’annuale recita dei convittori dei Salesiani, il momento più emozionante dell’anno scolastico.
Alla recita assistevano tutti i collegi della città.
Delle recite non ricordo niente; dell’emozione di quell’ uscita pubblica e della possibilità di incrociare sguardi con l’altro sesso  mi è rimasto, struggente e vivido, il ricordo dell’emozione.

Il muro dell’orto delle suore, alla fine del viale, divideva il nostro educandato dal convitto dei Salesiani ed era oggetto di sogni proibiti.
Si cercavano pretesti per andare nell’orto. Ciò era permesso soltanto nella bella stagione e nelle ore di studio verso la fine dell’anno scolastico in attesa degli esami. Si fingeva di passeggiare per il viale studiando e ripetendo la lezione a voce alta, con il libro aperto ma con lo sguardo rivolto al muro.
Da lì provenivano palloni casuali e rari bigliettini.
Il muro, altissimo, era il confine tra i sessi e il simbolo di una sessualità ben conservata e repressa.
Quanti sogni, quanti desideri si sono consumati sui mattoni di quel muro!
I bigliettini erano legati a sassi ed erano del tono: “Io sono Roberto, tu come ti chiami?”
La palla cadeva nell’orto e noi si andava a gara per rilanciarla oltre il muro. Ci sembrava in questo modo di aver stretto un’amicizia, di aver avviato una relazione con l’altra parte e l’altro genere.
Seppi molto tempo dopo da un ex convittore che neppure i palloni erano casuali ma erano un intenzionale segnale di vita.
Un segnale che assumeva un preciso significato nella restituzione: “Io ci sono, Esisto e sono qui. E tu?”


(continua)

25 apr 2015

Da Verona in un articolo di Cinzia Iguanta




La guerra



Ero una bambina piccola, ma mai dimenticherò quei passi veloci e frettolosi, le corse affannate di centinaia di persone che cercavano scampo e riparo dalle bombe che piovevano dal cielo.
Abitavamo a quel tempo a Milano.
La mia infanzia, la mia famiglia ... era tutto felice e dorato.
Poi la bufera spazzò via ogni cosa e l'incanto finì.
Milano venne bombardata ripetutamente e io risento ancora quella gente di corsa,  angosciata, che scappava accanto a noi.
Ricordo che quando la sirena annunciava il bombardamento, tutti dovevamo riparare nei rifugi o dentro i palazzi, nei negozi o nei bar.
Papà perse anche il lavoro.
Fummo costretti a scappare perché i tedeschi rastrellavano la popolazione per le strade, sui treni, nelle case e spedivano i giovani in Germania.
Ci trasferimmo a Verona.
Seguirono tempi durissimi, di fame, di privazioni... Poi finalmente fu la gioia per la fine della guerra.

Ivana



Per il 25 aprile





Aprile 1945

Ecco, la guerra è finita.
Si è fatto silenzio sull’Europa.
E sui mari intorno ricominciano di notte a navigare i lumi.
Dal letto dove sono disteso posso finalmente guardare le stelle.
Come siamo felici.
A metà del pranzo la mamma si è messa improvvisamente a piangere per la gioia,
nessuno era più capace di andare avanti a parlare.
Che da stasera la gente ricominci a essere buona?
Spari di gioia per le vie, finestre accese a sterminio,
tutti sono diventati pazzi, ridono, si abbracciano,
i più duri tipi dicono strane parole dimenticate.
Felicità su tutto il mondo è pace!
Infatti quante cose orribili passate per sempre.
Non udremo più misteriosi schianti nella notte
che gelano il sangue e al rombo ansimante dei motori
le case non saranno mai più cosi ‘ immobili e nere.
Non arriveranno più piccoli biglietti colorati con sentenze fatali,
Non più al davanzale per ore, mesi, anni, aspettando lui che ritorni.
Non più le Moire lanciate sul mondo a prendere uno
qua uno là senza preavviso, e sentirle perennemente nell'aria,
notte e dì, capricciose tiranne.
Non più, non più, ecco tutto;
Dio come siamo felici


Dino Buzzati

24 apr 2015

Magico arcobaleno




Dove vai primavera di corsa? 
Fermati! Resta! 
Regalami il rosa della rosa,
prestami un pizzico azzurro del cielo, 
lasciami un po' di quel tenero lilla del lillà.
Poco verde preso dallo stelo di una margherita, 
un petalo bianco del biancospino.
Un bocciolo di papavero rosso, vivace e leggero, 
qualche tocco giallo dal ranuncolo delicato
e una goccia blu di un mare placido.
Frammenti colorati 
affinché  possa creare un piccolo arcobaleno
da riporre nell'anima.
Un arcobaleno a illuminare i giorni bui
o anche solo grigi.
Un arcobaleno che possa accendere la gioia.
Un magico arcobaleno che canti la natura.
 Per sempre dentro me. 




Jackson Pollock

UN NUOVO FIORE

Su sollecitazione della poesia di Antonio Machado
“Mi sorprese la primavera”

Come accade sempre la primavera mi piomba addosso e riesce ancora a sorprendermi, con i suoi colori con il rinnovarsi di quel verde tenero, nuovo appena ri-nato.
Mi stupisce quest'esplosione di vita, di rinnovamento, tanto in contrasto con la mia vita interiore.
Come vorrei poter stendere al sole i pensieri stantii, farli asciugare e poi annusarne il profumo di aria e sole e vita nuova.
Vorrei lasciare all'inverno almeno un po' della nebbia di quell'ansia, di quel suo torbido insinuarsi in me.
Vorrei affondare il viso nel glicine, fare un salto nel passato e rivivere quell'indimenticabile giorno di aprile che ti annunciava alla vita.
Aspetto e spio lo sbocciare del glicine nel pergolato vicino a casa, per afferrare ricordi lontani, di un tempo giovane e ancora colmo di speranze.
Adesso cerco un fiore che faccia nascere pensieri nuovi, lievi.
Cerco un fiore che si leghi allo stupore dei tuoi occhi, dove il volo di una farfalla o una formica che trascina una briciola di pane, sono
la vita che si svela.
Forse sarà quella piccola timida margherita che abbiamo raccolto insieme, forse è lei.
E' nell'insegnarti a chiamarla “margherita”

                                                                   

IN COLLEGIO (continua)

Ciò detto la visita può continuare prendendo il corridoio di sinistra. 
Oltre il corridoio c’era le scalinata,  considerata spazio aperto  alle sole educande.
Gli ospiti (anche i genitori) si fermavano sulla soglia che conduceva alle scale. 
Potevano attendere e sostare nel grande salone del parlatorio, spazio diviso dal corridoio da finestre munite di robuste grate di ferro e da una elegante  porta a doppia battuta di legno  massiccio e lucido, con maniglie di ottone. Questo portone antico, come il corridoio e il parlatorio, era oggetto di molte cure. 
Le suore tenevano in questo luogo i loro arredi migliori; trumeau smisurati, divanetti e poltroncine  con tavolini in noce arricchiti da intarsi in radica e quadri enormi, dai colori cupi e dalle preziose cornici. I soffitti e le pareti erano affrescati ma non ho conservato il ricordo di quei disegni ridondanti, come tutto il resto dell’arredo. 
Ampi e altissimi finestroni davano luce al parlatorio, riflettendo la luce esterna di Via San Giuseppe sui marmi a specchio del pavimento. 
Nonostante la maestosità il parlatorio sembrava a noi educande un luogo inquietante; all’apparenza solenne e fastoso smuoveva turbamenti indefiniti. La colpa era forse da attribuire alle grate di ferro dietro le quali un tempo le Sorelle colloquiavano con i visitatori, prigioniere per scelta e vocazione; oppure perché il salone ci ricordava che con il brutto tempo la passeggiata domenicale non ci sarebbe stata; in tal caso le due ore trascorrevano in parlatorio.
Molto probabilmente il disagio era causato dalle punizioni domenicali, che qui, in questo immenso salone venivano settimanalmente comminate dalla Direttrice per la nostra cattiva condotta.
La punizione prevedeva sempre la privazione del diritto di fare la passeggiata domenicale con i genitori. Due ore di libertà sottratte a chi della libertà era privato per una intera settimana e per nove mesi all’anno.
Io rimasi tre anni in Convitto e altri due in semiconvitto.
Però il sistema funzionava. La punizione era conseguente alla mancanza commessa o alla somma di piccole mancanze; non potevi scappare.
Le monache erano severe. Il perdono cristiano non era gratuito; era applicato soltanto dopo l’espiazione seguita dal ravvedimento sincero e da un comportamento virtuoso.

(continua)


23 apr 2015

Articolo tratto da Verona in

Prime pagine per i morti in mare, ma delle cause non si parla




Perché tutti questi africani fuggono in Italia, in Europa, affrontando coscientemente il rischio della loro vita? e di quella dei loro figli e familiari? E sanno che non tutti potranno avere il permesso di soggiorno perché profughi o perseguitati, quelli che scappano per fame e per sfuggire le carestie, non avranno il diritto d’asilo, ma solo il permesso per lavorare, se e come arriverà.
Sì, scappano dalla miseria, dalle dittature, dalla fame. Ma allora bisogna chiedersi perché c’è la fame? da cosa dipende? Non sarebbe meglio che rimanessero in Africa, certo, ma quali speranze hanno?
L’Africa è piena di materie prime, di oro, di diamanti, di petrolio, di foreste. Evidentemente gli africani non possono disporre di tutte queste ricchezze, che vengono rubate dalle multinazionali: petrolio, oro, caucciù, cacao, palme da olio, e così via. Fino a qualche anno fa molti riuscivano a sopravvivere con la piccola agricoltura rurale, quella delle capanne, ma ora anche quella agricoltura di sussistenza non può più sopravvivere, è permessa solo la coltivazione intensiva, quella che serve per l’esportazione.
E quando non c’è più speranza, è necessario emigrare, fuggire, cercare altri luoghi per i figli, come è sempre avvenuto nel mondo. Avveniva qualche secolo fa, quando erano gli italiani ad andare in America o in Australia, ma avveniva anche qualche millennio fa, quando intere popolazioni si spostavano, i barbari che entravano nell’impero romano.
Per impedire questo esodo bisogna ristabilire speranze di vita in Africa, e negli altri paesi poveri, bisogna evitare il furto da parte delle aziende mondiali, al di fuori di ogni trattato e di ogni diritto umano, il furto di ogni risorsa di valore, risorsa minerale, vegetale, animale, ed anche risorsa umana. Tutto viene portato via ora, anche la gente, anche gli schiavi, non per avere braccia da lavoro in Italia e in Europa, ma per il denaro necessario per passare i mari.
Ma di limitare il furto di tali materie prime e seconde non si sente mai parlare ai telegiornali, solo di pietà o di azione militare: di giustizia, di diritti, di autonomie, di sopravvivenza ed equilibri alimentari non si parla. E continueranno ad arrivare, a milioni. E chi potrà fermare queste migrazioni?


Dino Poli


Mare


 (Pablo Picasso Guernica)

Mare amaro di morte
di corpi che erano uomini
che erano donne
che erano bambini
che ora sono negli abissi
nei silenzi di un buio
e di un tempo infinito
dove non esiste giustizia


22 apr 2015

IN COLLEGIO


Care Amichedipenna
Prima di passare alla seconda e ultima puntata dell'ultimo Laboratorio inserisco questo racconto, anch'esso a puntate per non annoiarvi con lunghe letture. Giusto per farvi capire di cosa parlo quando affermo di essere stata in collegio.



Non me lo avevano chiesto esplicitamente. 
Così, come per caso zia Lina, provò a interrogarmi per capire cosa ne pensassi dell’idea del collegio.
Alla domanda finale: “Vorresti andare in collegio con Tarcisia?” risposi con un sì esitante, ma non avevo idea di cosa fosse un collegio.  
Forse era come la colonia di Roverè … si stava via un po’ con altre ragazzine, si giocava, si facevano passeggiate, si cantava, la sera si facevano commedie improvvisate e poi si tornava a casa in famiglia?
“Una cosa così” concluse zia Lina.
Io, che  avevo sempre  invidiato alla cugina Tarcisia Francesca Maria i tre nomi con cui si presentava, cosa che mi costringeva a sdoppiare il mio in Maria Luisa (a cui arbitrariamente aggiungevo Anna  pur di essere pari), non potevo assolutamente dire di no. Ne andava del mio orgoglio.
Il collegio mi sembrò  un gioco originale, competitivo come quello dei tre nomi, una gita tra amiche  e poi  si tornava a casa.
Fu così che mi ritrovai in Via San Giuseppe numero quindici, collegio delle Suore Canossiane.

L’ingresso principale era presidiato da una Suora Portinaia, una monaca priva di altra identità e di mezzo busto; la sua postazione era una finestrella chiusa da vetri scorrevoli da cui interloquiva con i visitatori che varcavano il portone,  aperto dalla sette e trenta alle diciannove.
Quando si alzava sentivi chiaramente il tintinnio del grande mazzo di chiavi che aveva attaccato in cintura. 
"Come farà a riconoscerle tutte!" pensavo.
La suorina chiedeva  le generalità e il motivo della visita; poi si attaccava al telefono interno di bachelite, nero, lucido  e ingombrante, con una serie di bottoni che corrispondevano agli interni. 
Nel conferire urlava. 
Forse era un po’ sorda o forse la voce alta la faceva sentire Prima Padrona (almeno in ordine di apparizione) di quel grande complesso di corpi e di anime; anime sante, o da santificare quanto prima in virtù della mission indicata dalla Reverendissima Beata Maddalena di Canossa.
Ottenuto il permesso dalla Suora Portinaia si entrava in un corridoio ampio, rivestito di marmi lucidi con a fronte una  grande vetrata. 
Svoltando a destra si andava nella bella cappella barocca, dov’era conservata sotto una teca di vetro  la salma pallida della Beata Canossa.
Impressionante.
Un cadavere  in vetrina. Una certezza: pensavo che a me non sarebbe piaciuto morire e farmi vedere morta dagli altri. Avevo undici anni ma questi pensieri mi abitavano, alimentando i miei turbamenti di adolescente.

Davanti a quell’altare noi educande lasciavamo tutte le mattine (alle ore sette in punto) l’ultimo sonno. Con il piede tiepido orfano del calore del letto e con il capo chino sulle mani giunte, si fingeva una profonda devozione.
Come diversivo c'era il gioco dei Santini che consisteva nel mostrare e scambiare i santi e le sante in base a classifiche non chiare; dipendeva dall'abilità di chi scambiava. L'unica cosa che nn potevi fare era farti cogliere mentre parlavi o stare muta quando c'era la preghiera collettiva e il canto corale.


Dalla vetrata del corridoio d’ingresso si usciva in un cortile chiuso, in origine un chiostro, dove Maddalena spulciava le povere indigenti. Questo racconto veniva ripetuto a tutti i visitatori, elogiando la dama di nobili natali e discendenze per la dedizione alla causa degli umili; dedizione così grande da rinunciare a una vita di lussi per fondare l’Ordine.

(alla prossima puntata)