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Ciao a tutte,
Benvenute nel blog "inpuntadipenna2007"
Questa iniziativa ci offre ulteriori occasioni
di scrittura e di scambio di relazioni.
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di condividere interessi ed esperienze.
Un contributo di crescita ed amicizia per il nostro
gruppo di scrittura molto speciale.
Che un buon demone ci accompagni.
Corinna



20 gen 2015

IN RICORDO DI GRAZIA LIVI




Grazia Livi, “Narrare è un destino”

Pag. 17

Dovetti inventare il silenzio e farne, in certe ore, la mia condizione di vita. Nel silenzio m’imposi un lavoro assiduo, come un falegname che pialla il legno. Volevo ridestare da quel giacimento … il maggior numero di parole possibili. E di volta in volta volevo legare quelle parole al bagaglio in trasformazione dei miei pensieri e dei miei sentimenti. Col tempo si creò un ricco scambio fra il sentire e le parole che lo avrebbero rivelato: scambio che la scrittura rese visibile. Non una grande scrittura, una scrittura che faceva il suo tirocinio un po’ a sbalzi,. Che insisteva, si ripeteva. Che cercava di non disgregarsi nei compiti familiari – spesso noiosi – anzi li teneva insieme con la volontà di viverli fino in fondo. Imparai che non bisogna scartare nulla di una vita: ogni minima cosa, anche la più trita, è seme per l’esperienza.
A poco a poco la mia identità prese a riconoscersi – e a sfaccettarsi – attraverso le parole scritte e le parole presero a radicarsi nell’identità. Il linguaggio – uno scavo nella coscienza – si approfondì e mi promise di diventare il mio fedele specchio. … Era finalmente un lavoro rivolto all’interno, è sempre questo che intendo quando dico “scrittrice”. … Il problema sarà imparare a “raccogliersi l’anima e tenerla in fronte come la lampada dei minatori” ( Manzini) e sentirsi in una “scabrosa libertà”.


Pag. 182:
… Tuttavia ho ancora cercato un padre-maestro. Si vede che la nostalgia di complementarità e di completamento non ha mai fine. La speranza è sempre quella di essere distinti e insieme, e di restare insieme confluendo armonicamente in una verità riconosciuta da entrambi. Ho avuto incontri in vari mondi: filosofia, religione, arte. Ma oggi chiamerei volentieri “padre” un monaco.
Magro, dimesso, mingherlino quel  monaco, un paio di anni fa, mi venne incontro nella sua piccola comunità, interrompendo con naturalezza il lavoro. Non gli pareva strano che io fossi lì e disse che sì, si poteva parlare, aveva il tempo. Mi portò nella sua stanza, non sedette dietro la scrivania. Aveva vissuto in Oriente, aveva lavorato per vent’anni con dei confratelli buddisti, da cui aveva appreso molto. Ora viveva ai margini di una città, amava le periferie, non si identificava con una istituzione, non aveva alcun potere, era tollerante, viveva molte ore con gli “ultimi”, molte ore in silenzio. Sentivo che le grandi verità spirituali in lui si erano conciliate, suscitando pace. E questa aveva dissolto schemi e pregiudizi e cancellato ogni perentorietà. Era dolcissimo, attivo, umile. Mi sentii accolta e le parole fluirono ricche, fra noi. “Un flusso unico di parole” “un flusso unico di pensiero” questo era stato il desiderio ardente di Virginia Woolf. Voleva dire uno slancio libero verso l’espressione, la sintonia ritrovata del maschile e del femminile, la fusione di tutte le parti dell’essere entro la corrente della scrittura. Eravamo seduti su due sedie.
Mi bastò un’ora, per trarre dal mio passato tutto ciò che aveva contato. Venne fuori un disegno. Il monaco capiva con gli occhi e diceva “sì” “sì”. Poi disse un paio di volte la parola segni – segni nella mia vita – come alludendo ad un enigma che in certi momenti si rivelava. Io mi sentivo calma. Ero una totalità. E nell’immaginazione vidi me stessa come una distesa di terra sulla quale affioravano delle impronte. Le impronte portavano a un centro, su questo non c’erano dubbi, ma anche fuori dal centro, a perdita d’occhio. Pareva che il reale non potesse concludersi mai. Diventava più sottile e trascolorava, forse in quella in finitudine che ho nominato prima. Lì immaginai nebulosamente tutte le figure della vita e dell’anima: erano state necessarie, non erano incomplete.
Occorreva seguire le impronte, così intuii da quel colloquio. Mite, con pudore, il monaco disse alla fine: “A volte scrivo anch’io. Sono un piccolo poeta”. Dunque si poteva andar dietro le impronte col silenzio, ma anche con le parole che approfondite, acuiscono la potenza del significato. Mi tornarono in mente i versi di Ingeborg Bachmann e li mischiai ai miei pensieri:

A voi, parole, orsù seguitemi!
Anche se ci siamo spinte avanti,
fin troppo avanti, ancora si va
più avanti, si va senza fine.

Certo dovrà aver fine ogni cautela.

Non glieli nominai, tanto le nostre fantasie si erano intrecciate naturalmente. E questo mi fece rimaner lì sulla sedia, ancora un poco, a mio agio e sorridente.

         


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