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Ciao a tutte,
Benvenute nel blog "inpuntadipenna2007"
Questa iniziativa ci offre ulteriori occasioni
di scrittura e di scambio di relazioni.
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di condividere interessi ed esperienze.
Un contributo di crescita ed amicizia per il nostro
gruppo di scrittura molto speciale.
Che un buon demone ci accompagni.
Corinna



19 nov 2010

LEI, BAMBINA INVISIBILE

Lei era una bambina lunga e smilza, con una testolina di boccoli biondi ribelli e occhi azzurri, di un azzurro quasi blu, come di un cielo che aspetta un temporale indeciso. Era una bambina timida che si stava muovendo in un ambiente di relazioni complesse, tra nonni, zie materne e paterne, cugine, genitori, operai, garzoni e donne a ore. Tutto girava intorno all’attività familiare, al laboratorio e alle botteghe e nessuno aveva tempo per la bambina.
O meglio, c’erano per lei scampoli di tempo di persone sempre diverse e sempre di corsa verso altre incombenze.
Intorno era un via vai indaffarato, come in un grande formicaio di umani adulti.
Chi si accorgeva della bambina invisibile?
Lei poi era spesso altrove, spostata da una famiglia all’altra, da una zia all’altra, da una nonna all’altra. Tante case, tanti letti, tante persone. Quasi tutte donne.

Intanto si guardava intorno, non provava paura e neppure tristezza ma curiosità. La grande famiglia intorno, anche se si curava poco di lei, era una sicurezza.
Lei, la bambina invisibile, era una bambina tranquilla e persino felice. L’invisibilità significava autonomia; spazi da esplorare, persone da conoscere, situazioni nuove da vivere, tempi per sé. Anche troppi.
La bambina invisibile non era triste ma solo in attesa. Tutti la consideravano una bambina fortunata.
Prima o poi anche la persona più importante della sua vita, si sarebbe finalmente accorta di lei; di quanto era brava, tranquilla, buona, obbediente …

Cercava di cogliere e di interpretare i segni della madre; i gesti, le azioni, persino gli sguardi, sempre alla ricerca di scampoli di affetto, di briciole d’amore.
Questo poteva significare quello. Ormai era un gioco, capire.
Uno caramella era al posto di un bacio. Un panino con lo sgombro e le cipolline sostituiva un abbraccio. Un grappolo d’uva erano le carezze …
Ma un’attenzione ruvida che cos’era? …

Lei, la bambina smilza dai riccioli ribelli sentiva di avere dei bisogni affettivi suoi ma non sapeva riconoscersi il diritto ad averli. Perciò prudentemente li accantonava, anche se la speranza di poterli un giorno gridare ai quattro venti, chiamandoli per nome uno ad uno, non l’abbandonava mai.
Prima o poi avrebbe dato un nome a quei bisogni … prima o poi avrebbe saputo come fare a domandare, a esigere.

Quando la famiglia si assottigliò, dopo la morte della nonna, vera gran maman direttrice di tutta la casa e della sua complessità, la bambina si sentì improvvisamente più sola e si fece strada in lei una nuova consapevolezza.
I suoi bisogni doveva imparare a manifestarli o altri avrebbero preso tutto lo spazio affettivo disponibile , che ormai era davvero poco.
Era morto anche il nonno e una giovane zia. Tutto nel giro di due anni. Gli zii si erano sposati. Le zie se n’erano andate altrove.

Intendiamoci, cari e attenti lettori, non che la madre non amasse i suoi due figli; semplicemente nel suo mondo, averli partoriti, alimentati, puliti , vestiti ed educati alla buona creanza era il massimo del dovere materno.
Infatti spesso affermava: “I bambini sono belli soltanto quando li puoi tenere in braccio."
Le coccole, le manifestazioni di affetto erano azioni che neanche la madre riconosceva a se stessa.
Nessuno l’aveva iniziata e, come si usa dire, nessuno nasce imparato.
Anche con lei sua madre era stata ruvida e affettivamente indisposta ma questo la madre lo confessò quando ormai la bambina era grande e già madre a sua volta.
Il padre: lui era spesso altrove. Però lui sapeva dare affetto, era di un’altra educazione; ma non era previsto che i padri si occupassero dei figli, perciò anche questo affetto era un piccolo, insufficiente scampolo, una pezzetta calda e delicata ma applicata ogni tanto.

Crescendo la bambina cominciò a imparare qualche trucco.
Cominciò a capire che una persona solitamente invisibile, quando si manifesta viene sicuramente ascoltata.
Ricorda ancora la sorpresa sui volti di papà e mamma quando una volta, a sei anni, si rifiutò di tornare a casa e da una vecchia zia, perché loro, i genitori, dovevano andare da amici.
L’ebbe vinta, anche se dopo crollò di sonno, costringendo tutti al rientro anticipato.
Ricorda anche quella volta che si impuntò di voler dormire nel lettone tra papà e mamma. L’ebbe vinta per la cocciutaggine.
Ma queste azioni ribelli, questi atti di forza, lasciarono segni importanti e pesanti. Lasciarono nella bambina un grande e sproporzionato senso di colpa. Forse il primo, un annuncio di tanti altri sensi di colpa a venire.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Lasciando da parte gli ingombranti sensi di colpa,per i quali vorrei trovare anch'io un rimedio, mi pare che con il tempo ne hai imparati di trucchi ne hai acquisiti di strumenti per uscire dall'invisibilità, riuscendoci in modo invidiabile.
Come sempre leggerti è un piacere.
Un abbraccio Luisa

Anonimo ha detto...

concordo pienamente con lucia! un grazie pubblico per tutto cio che mi hai dato e ciò che mi darai! venanzia

Marisa ha detto...

Non abbastanza. Però non ho mai accettato la negazione di me da parte di nessun altro che non fosse me stessa. Grazie Luisa.

In punta di penna ha detto...

E grazie anche a Venanzia. Prendo i commenti dal lato buono!