BENVENUTE

Ciao a tutte,
Benvenute nel blog "inpuntadipenna2007"
Questa iniziativa ci offre ulteriori occasioni
di scrittura e di scambio di relazioni.
Una volta in più avremo così modo di stare insieme,
di condividere interessi ed esperienze.
Un contributo di crescita ed amicizia per il nostro
gruppo di scrittura molto speciale.
Che un buon demone ci accompagni.
Corinna



23 gen 2010

TESTIMONIANZE ZACHOR - RICORDA












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Care Amichedipenna
qualcuna di voi mi ha chiesto i testi, per averli o per utilizzarli in altre occasioni. Mi mancano i testi sostituiti all'ultimo. Potrà magari inserirli Corinna.
Sono ben lieta di regalare il frutto di un lungo lavoro. Sono felice che Adriana passi il materiale alla scuola. Per non dimenticare ciò che è stato e per cogliere i segni di ciò che potrebbe essere ancora. Marisa


VITTORIO FOA Introduzione a Levi, Se questo è un uomo

Sorgono allora delle domande: perché dobbiamo ricordare? E che cosa bisogna ricordare?

Bisogna ricordare il Male nelle sue estreme efferatezze e conoscerlo bene anche quando si presenta in forme apparentemente innocue: quando si pensa che uno straniero, o un diverso da noi, e' un Nemico si pongono le premesse di una catena al cui termine, scrive Levi, c'e' il Lager, il campo di sterminio.




RICORDI DI UNA INFANZIA POST BELLICA
La memoria perduta


I Malfatti, dove sono nata, erano più su, a nord, oltre le case dei falegnami e il capitello della Madonna.
Il lato a nord dell’edificio, sulla fredda e umida facciata con poche finestre, per impedire ai venti della montagna di entrare, era occupato, nella parte alta, da una ridondante dichiarazione del Duce:

“Solo Dio può fermare la volontà fascista, gli uomini e le cose mai. Firmato M.” (Emme punto)

La citazione, col suo scorrere ordinato e regolare, con i caratteri rotondi e precisi, aveva acceso le mie fantasie di scolara, che compitava ancora sillabando lentamente e scriveva rotondo, con il pennino e l’inchiostro.
Il finale energico, con la emme puntata mi incuriosiva.
Chi era Emmepunto? Perché scriveva sui muri? Perché Emmepunto scriveva così grande da occupare la facciata nord della mia casa?

“Papà, cosa vuol dire firmato Emmepunto? “
“Vuol dire Marisa. L’hanno scritto per te” - rispondeva con dolcezza papà.
Mi piaceva sentirmelo ripetere. Trovavo meravigliosa la citazione con il mio nome, anche se non ne capivo il senso.
“E poi cosa c’è scritto?”
“Che sei una brava bambina” rispondeva paziente.

Mio fratello cercò di spiegarmi il significato della scritta. Mi parlò di guerre e di Mussolini, di fascisti e camicie nere come se mi rivelasse un segreto ben nascosto, una cosa misteriosa e brutta, ma io testarda insistevo:
“No no no lì c’è scritto Marisa Emmepunto. E che sono una brava bambina. Non è una cosa brutta!”

A tavola chiesi:
- “Papà tu sei andato alla guerra?”
E’ stata forse l’unica volta che papà, con sguardo severo, non ha risposto ad una mia domanda.
- “Perché papà non me lo dici?”

Mio fratello guardava nel piatto, sembrava volesse tuffare la faccia nel brodo.
- “Ascolta bene, - disse papà con la faccia dura - di queste cose in questa casa non se ne parla più. La guerra è una cosa terribile “.

Da allora la scritta cominciò a turbarmi. Non la guardavo più con la meraviglia di prima.
Papà con la guerra e il fascismo aveva un conto aperto e cinque dita dei piedi in meno, lasciati in Albania.
Di Fascismo, guerra e Resistenza non ne parlava neppure il sussidiario di quinta.
Neppure le suore del collegio dove studiavo davano le risposte che cercavo. La storia insegnata alle medie si fermava alla prima guerra mondiale.
“Solo il tempo potrà dare giudizi definitivi su fatti e persone” affermava alla fine della terza media suor Filomena, chiudendo il libro e comunicando che il programma di storia per quell’anno era finito.Il fascismo non era materia di esame.

Io e tante mie coetanee rimanemmo ignoranti di storia fino alla fine delle Magistrali.

Marisa



MIO PADRE RACCONTA:


Negli anni 44-45 avevo nove anni. Abitavo a Bologna con i miei genitori, ma la guerra si faceva sempre più minacciosa, così i miei mi portarono presso lo zio che abitava a Monghidoro, convinti che la sarei stato al sicuro. Niente di più errato, quel luogo era diventato la famosa “linea gotica”, il paese era occupato da truppe fasciste e tedesche e qui accaddero fatti così tragici che segnarono in modo indelebile la mia vita.
Uno di questi fu la fucilazione di quattro paesani nella piazza del paese. Ho ancora davanti agli occhi l’immagine di mio zio che cerca di risparmiarmi la visione con il suo tabarro. Non riuscendoci.
In un secondo tempo i miei genitori mi raggiunsero anche loro in cerca di salvezza.
Nella casa dello zio la sala da pranzo era stata presa dal comando tedesco come loro sede. In un secondo tempo vollero occupare tutta la casa e con i miei genitori fummo costretti ad andarcene. Lo zio volle regalarci una mucca la quale ci poteva garantire il latte per noi prezioso nutrimento. Nel breve viaggio che facemmo per raggiungere il “mulino del piattello”, questo era il nome della casa in cui dovevamo rifugiarci, io portavo la mia mucca tenendola per una corda molto corta. Improvvisamente dalla sommità del monte scese un caccia americano mitragliando. Un colpo uccise l'animale ed io ero a pochi passi di distanza. Grande fu il dispiacere, non mi rendevo conto in realtà che la mucca mi aveva salvato la vita.
Non molto tempo dopo, una mattina, fummo improvvisamente svegliati da tre militari fascisti. Questi presero mio padre, mia madre, me, lo zio e sua moglie. Con quattro parole ci condannarono alla fucilazione. Mio padre e mio zio erano considerati elementi sovversivi perché non si erano mai iscritti al partito. Arrivarono altri tre militari tedeschi armati di mitra, ci fecero uscire nell’aia e ci misero contro il muro del fienile. Mia madre mi prese in braccio. Questa è la scena che ricordo con maggior chiarezza e così la frase che mia madre disse a mio padre: ” Lo tengo in alto, lo colpiranno più facilmente”. Intanto uno dei tedeschi ordinava di preparare le armi. Evidentemente non era quello il momento per noi di morire.
Scese in picchiata un aereo americano che colpì i sei soldati, falciandoli.
Noi a poca distanza rimanemmo miracolosamente incolumi.
Per alcuni giorni restammo nascosti, poi fu fatto un rastrellamento da parte dei tedeschi. Portarono via mio padre, mio zio, avevano trovato anche mio cugino scappato poco tempo prima. I sopravvissuti venivano deportati in Germania.
Li vidi salire sul camion e partire tutti e tre, ero impietrito dal dolore. Mio padre con la mano mi salutava e intanto ripeteva continuamente “torno”.
Ricordo perfettamente che pur essendo ancora bambino in quel preciso momento, mi sentii costretto a crescere. Mi rendevo conto che mia madre ora aveva un enorme bisogno del mio aiuto.
Inaspettatamente tutti e tre i nostri tornarono. Erano riusciti a scappare dalla stazione di Bologna dopo quindici giorni di prigionia ed erano fuggiti a piedi raggiungendoci a Monghidoro.
Nell’immane tragedia che questa guerra ha rappresentato la nostra fu una famiglia davvero fortunata.

Betty


TEREZIN
Campo di Terezin Hanus Hachenburg di 14 anni

Versione completa


Una macchia di sporco dentro sudice mura
e tutt’attorno il filo spinato:
30.000 dormono
e quando si sveglieranno
vedranno il mare
del loro sangue.
Sono stato bambino tre anni fa.
Allora sognavo altri mondi.
Ora non sono più un bambino,
ho visto gli incendi
e troppo presto sono diventato grande.
Ho conosciuto la paura,
le parole di sangue, i giorni assassinati:
dov’è il Babau di un tempo?
Ma forse questo non è che un sogno
e io ritornerò laggiù con la mia infanzia.
Infanzia, fiore di roseto,
mormorante campana dei miei sogni,
come madre che culla il figlio
con l’amore traboccante
della sua maternità.
Infanzia miserabile catena
che ti lega al nemico e alla forca.
Miserabile infanzia, che dentro il suo squallore
già distingue il bene e il male.
Laggiù dove l’infanzia dolcemente riposa
nelle piccole aiuole di un parco,
laggiù, in quella casa, qualcosa si è spezzato
quando su me è caduto il disprezzo:
laggiù nei giardini o nei fiori
o sul seno materno, dove io sono nato
per piangere …
Alla luce di una candela m’addormento
forse per capire un giorno
che io ero una ben piccola cosa,
piccola come il coro dei 30.000,
come la loro vita che dorme
laggiù nei campi,
che dorme e si sveglierà,
aprirà gli occhi
e per non vedere troppo
si lascerà riprendere dal sonno …


UOMO DEL MIO TEMPO

di Salvatore Quasimodo


Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t'ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T'ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all'altro fratello :
“Andiamo ai campi” E quell'eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue.
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.


DA LORENZA MAZZETTI – IL CIELO CADE


Ci vennero a prendere e ci portarono giù nella sala degli specchi per essere interrogate. Marie disse che non era giusto trattarci così senza ragione.
-Ah, ma faremo il processo -disse il comandante.
Gli specchi erano tutti rotti. Alcuni soldati andavano sui pattini urlando, i nostri giocattoli erano dappertutto. L’orso giallo sfasciato e messo in cima ad una scopa era diventato un bersaglio. Baby si ostinò a raccogliere una pallina di ping-pong che le era arrivata tra i piedi. Per terra era pieno di vetri. Un soldato con una sciarpa a fiori di Marie, stava correndo su e giù per lo scalone alla ricerca della pallina. La vide nelle mani di Baby. Baby gliela tese spaventata. Il muro bianco dell’atrio era pieno di scarabocchi e si sentirono scrosci di risa. Un soldato correva giù per lo scalone con un cappello da donna in testa. Lo riconobbi. Era quello che la zia portava nelle grandi occasioni.
Ci spinsero nella sala degli specchi ed i miei piedi inciamparono nei libri dello zio, i quadri erano tutti tagliati. Era quasi buio e dietro un tavolo c’era il comandante, a destra il piano tutto scassato. Era buio, ma i soldati portarono delle torce.
Il comandante sorrise e fece un inchino alla zia. Il comandante era buono e aveva sorriso. Avrebbe fatto un vero e proprio processo, che era una formalità. Diceva di scusarlo tanto e che ci avrebbe lasciate libere subito. Poi ci rinchiusero nella sala con la sentinella.
Ora iniziamo il processo, disse il comandante, e sorrise e disse che era di nuovo una formalità. Poi mandò a chiamare prima la zia, poi un soldato entrò e chiamò Marie, dopo un poco ritornò e chiamò Annie.
-Anch’io- disse Baby
-Anche noi- dissi
-Loro due no, non sono ebree.-
E la sentinella non ci fece uscire.
Si udì un colpo di mitra e un urlo, poi un altro colpo di mitra e un altro urlo ed un altro colpo ancora.
Io e Baby ci precipitammo giù per lo scalone gridando. I soldati vennero su per lo scalone. La porta della sala degli specchi era aperta. Era rossa e illuminata da una torcia. Mi parve di scorgere i loro piedi per terra.



BERTOLD BRECHT


Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti,
ed io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me,
e non c'era rimasto nessuno a protestare.



TESTIMONIANZA DI ELIE WIESEL


Le tre vittime montarono insieme sugli sgabelli.
I tre colli furono infilati nei cappi allo stesso momento.
“Viva la libertà!” gridarono i due adulti.
Ma il ragazzo rimase in silenzio.
“Dov’è Dio? Dov’è?” chiese qualcuno dietro di me.
Ad un segno del comandante del campo, i tre sgabelli rotolarono…
Cominciò la marcia dinanzi alle forche. I due grandi non vivevano più. Le lingue cianotiche penzolavano gonfie. Ma la terza corda si muoveva ancora; così leggero, il ragazzo era ancora vivo…
Stette là per più di mezz’ora, lottando tra la vita e la morte, morendo d’una lenta agonia sotto i nostri occhi. E lo dovemmo guardare bene in faccia. Era ancora vivo quando io passai. La lingua ancora rossa, gli occhi non ancora vitrei. Dietro di me, udii lo stesso di prima domandare:
“Dov’è Dio adesso?”
E udii una voce dentro di me rispondergli:
“Dov’è? Eccolo lì – appeso a quella forca…”
Quella notte la zuppa sapeva di morto.
da LA NOTTE


IL MIO PIANOFORTE AZZURRO
di Else Lasker-Schuler

Ho a casa un pianoforte azzurro
eppur non so le note.
Da quando s'è abbruttito il mondo,
sta giù in cantina al buio.
Suonavano le stelle a quattro mani
-la dama luna suonava in barca-
ora allo strimpellio ballano i ratti.
Spezzata è la tastiera...
Piango l'azzurra morta.
Aprite a me, cari angeli,
-il pane amaro mangiai-
a me da viva la porta del cielo.
Anche contro l divieto.


TESTIMONIANZA DI ELISA SPRINGER



… Costrette a spogliarci completamente nude, davanti ad alcune SS e alle guardine armate di bastoni, donne dal viso cattivo e prive di qualsiasi sentimento, fummo fatte poi sdraiare su dei lettini, come quelli in dotazione ai medici, e fummo completamente rasate in tutte le parti del corpo.
A questa mansione, erano addetti alcuni detenuti in camice bianco. Da quegli uomini non udimmo neanche una parola, ma dal loro silenzio intuimmo che "dovevano" farlo. In un ultimo tentativo di difendermi da tanta violenza fisica e morale, serrai le gambe, cercando di coprirmi il seno con le braccia. Un nazista mi colpì con la canna del fucile e brutalmente gridò: "Spalanca le gambe e fatti rasare!"
In quel momento persi tutta la mia dignità e il mio pudore.
Le guardine di fronte a noi ci schernivano ridendo e brandendo il bastone, per accrescere la nostra paura… ma, ormai, non era più necessario.
Uguali nell’aspetto le une alle altre, già fiaccate nello spirito, eravamo inermi davanti ai nostri aguzzini che ridevano del nostro pudore, ci schernivano per l’aspetto, ci mortificavano nella nostra femminilità.
I nostri indumenti furono accatastati su carrelli nel corridoio, mentre noi, costrette a passare in una grande sala attigua, fummo sottoposte a una doccia di gruppo: eravamo circa in trecento, pressate come le sardine.
Durante la doccia, sentivo i corpi delle mie compagne soffocare il mio e il contatto con quella pelle umida ed estranea, spingeva alla difesa il mio organismo ancora non abituato a quella vita disumana.
Più tentavo di evitare quel contatto e più mi sembrava di rimanerne intrappolata. Mi sentivo impazzire.
Possibile che fosse tutto vero? Ci furono attimi in cui la mente si isolò dal corpo e non riuscì a riconoscersi in quella grottesca figura, quale, ormai, era la mia.
Asciugate con enormi ventole che emanavano aria calda, fummo successivamente rivestite con stracci, senza biancheria, e con zoccoli disuguali. In seguito, avremmo imparato che il camminare con questi zoccoli di misura diversa, oltre a rappresentare una notevole difficoltà, avrebbe contribuito a rendere più tragica la vita, già tanto precaria, del lager.
Quando la temperatura scendeva sotto lo zero, i piedi, costretti in quelle calzature, si riempivano di tumefazioni e piaghe dolorose, deformandosi. Quella condizione estrema, indirizzava irrimediabilmente il nostro cammino verso la camera a gas. [...]
[...] Io ho vissuto per non dimenticare quella parte di me, rimasta nei lager, con i miei vent’anni. (…)


TESTIMONIANZA DI ETTY HILLEUM

Da "La via è difficile, ma non è grave"
Scritto il 20 luglio 1942, in piena occupazione dell'Olanda :

« Sabato sera, mezzanotte e mezzo (…) Per umiliare qualcuno si deve essere in due: colui che umilia, e colui che è umiliato e soprattutto: che si lascia umiliare. Se manca il secondo, e cioè se la parte passiva è immune da ogni umiliazione, questa evapora nell’aria. Restano solo delle disposizioni fastidiose che interferiscono nella vita di tutti i giorni, ma nessuna umiliazione e oppressione angosciose.
Si deve insegnarlo agli ebrei.
Non possono farci niente, non possono veramente farci niente.
Possono renderci la vita un po’ spiacevole, possono privarci di qualche bene materiale o di un po’ di libertà di movimento, ma siamo noi stessi a privarci delle nostre forze migliori con il nostro atteggiamento sbagliato: con il nostro sentirci perseguitati, umiliati e oppressi, con il nostro odio e con la millanteria che maschera paura. Certo ogni tanto si può esser tristi e abbattuti per quel che ci fanno, è umano e comprensibile che sia così. E tuttavia: siamo soprattutto noi stessi a derubarci da soli.
Trovo bella la vita, e mi sento libera.
I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore.
La via è difficile, ma non è grave.


TESTIMONIANZA DI Giorgio Perlasca

Il racconto di Giorgio Perlasca è una storia vera, l’incredibile vicenda di un commerciante padovano che, nell’inverno 1944, a Budapest riuscì a salvare dallo sterminio migliaia di ebrei, spacciandosi per il console spagnolo.

30 dicembre, sabato
La notte scorsa è successo un fatto terribile. Hanno preso un gruppo di ebrei del ghetto e li hanno trucidati in piazza Ferenc Liszt e in via Eötvös. Abbiamo prima udito le grida e le suppliche di centinaia di persone, e poco dopo gli spari.
All’alba mi sono recato sul posto e ho visto che i morti erano per la maggior parte donne e bambini. La mattina sono andato all’hotel Hungaria per incontrare il delegato della Croce Rossa Internazionale, Weyermann. Improvvisamente mi si è avvicinato un ufficiale ungherese, pregandomi di andare con lui in riva al Danubio. I miei carabinieri hanno tentato di mandarlo via, temendo un attentato. Poi si sono limitati a rimanermi vicino, ma con i mitra puntati sull’ufficiale.
Tutta la riva del fiume era ricoperta da neve, ma davanti ai caffè Hungaria e Negresco il colore era diventato rosso sangue. Nel fiume si vedevano i corpi nudi di centinaia di morti, che l’acqua non aveva potuto trascinare con sé a causa della presenza di blocchi di ghiaccio. Queste persone erano state ammazzate durante la notte e poi gettate in acqua.
Ho detto all’ufficiale che avevo visto qualcosa di simile vicino al ponte Margherita e gli ho chiesto perché mi avesse invitato qui. Il suo scopo era quello di convincere gli stranieri che l’esercito era estraneo a questi fatti. E’ vero, gli ho risposto, ma l’esercito serve per far rispettare la legge e tutelare i diritti dei cittadini, non per assistere a simili atrocità. Mi hanno raccontato che le vittime erano state costrette a camminare per circa due chilometri, in fila per due, con le mani legate, a piedi scalzi e completamente svestite. Le avevano poi fatte inginocchiare sulla riva del fiume e avevano sparato loro alla nuca.
L’ufficiale mi ha consegnato una donna che si era salvata per essere caduta in acqua prima degli spari. L’avevano slegata e la stavano frizionando con della canfora. L’ho portata con me all’ambasciata.


TESTIMONIANZA DI GOTI BAUER

Goti Bauer, residente a Fiume, fu arrestata in provincia di Varese con il padre, anziano ed infermo ed il fratello, mentre cercavamo di attraversare il confine italo-svizzero; rinchiusa nel campo di Fossoli, venne deportata ad Auschwitz nel maggio 1945. Fu liberata a Theresienstadt il 9 maggio 1945

Dicevano che eravamo diretti ad un campo di lavoro; come avremmo potuto credere che dei bimbetti, dei neonati, dei malati servissero a questo scopo? Alle nostre domande non venivano date risposte plausibili; non era importante convincerci, era importante tenerci tranquilli perché non esplodesse il panico (…).
Eravamo stretti come sardine, più di cinquanta per vagone, ogni giorno più disperati, più rassegnati. Ricordo il ribrezzo per i primi pidocchi che ci trovammo addosso, le cimici intorno. Lo sferragliare del treno copriva i singhiozzi sommessi delle madri, non i pianti disperati dei bimbi. Avevano fame, avevano tanta sete, non avevano il minimo spazio per muoversi. Ricordo la folle tentazione di fuggire che mi prese ad Ora, prima del Brennero, dove ci fecero scendere per qualche momento. Non osai. Cosa sarebbe successo agli altri, ammesso che vi fossi riuscita? Sì, perché secondo il codice nazista per ogni infrazione non pagava solo il colpevole ma quanti gli stavano intorno (…).
Il viaggio durò una settimana, la sera del 22 maggio arrivammo a Birkenau (…).
Scavavamo trincee, un lavoro pesantissimo che diventava di giorno in giorno più tremendo via via che le condizioni climatiche peggioravano. In Polonia l'autunno e poi l'inverno arrivano molto prima che da noi, per cui al freddo, sotto l'acqua, vestite di stracci, con le SS sul bordo della fossa a controllare che la pala fosse abbastanza piena, era un indescrivibile supplizio. Non ci pensavano due volte ad aizzarti contro il cane e quando succedeva, la malcapitata veniva riportata al campo a braccia e quasi mai sopravviveva. In lontananza vedevamo una bianca casetta di contadini. Sembrava un miraggio, gente vi entrava, gente ne usciva: era la vita. Dal camino saliva un lieve filo di fumo: immaginavi la pentola sulla stufa, la famiglia riunita intorno al desco. Ricordo quella casa come il più grande desiderio che io abbia mai avuto: potervi arrivare, nascondermi, scaldarmi al tepore di quella stufa, passarvi il resto dei miei giorni.


TESTIMONIANZA DI Janina Bauman
[L'autrice nel '42 aveva 16 anni]

La casa […] venne circondata e isolata all'alba. Dal nostro appartamento al quinto piano udimmo lo strepito dei soldati che irrompevano nel cortile, il suono lacerante del fischietto, e quindi l'ordine assordante: "Tutti gli ebrei fuori, in fretta, in fretta, tutti gli ebrei giù". Poi lo scalpiccio di decine di piedi che si precipitavano giù, giù verso la rovina. E quindi urla, gemiti, fischi, lamenti, dal cortile… Due soli spari… Un confuso agitarsi di violenza e disperazione.
Noi restammo nel nostro appartamento. Avevamo già da tempo deciso di non obbedire (...) Essere uccisi all'istante con un colpo di pistola ci sembrava assai preferibile al lungo e lento processo di una morte dolorosa e umiliante. Inoltre non c'era alcuna speranza di sopravvivenza nell'obbedire all'ordine, mentre poteva forse essercene qualcuna nel disobbedire. Perciò restammo sedute immobili, in ascolto.
Ben presto ci giunse un fragore di pesanti stivali su per le scale, di serrature scardinate, di porte abbattute: i cacciatori frugavano negli appartamenti. Li sentimmo salire sempre più su, al terzo piano, poi al quarto. Potevamo già sentire le loro voci, riconoscere delle parole in polacco e lituano. Il quarto piano stava richiedendo loro parecchio tempo: evidentemente erano impegnati in un minuzioso saccheggio. Non avevamo ormai che qualche minuto. Aspettavamo.
Poi all'improvviso un lungo fischio lacerante e un ordine in tedesco dal cortile (…) Fine della retata (…) .Eravamo sopravvissuti.


Testimonianze sull’orfanatrofio di Janusz Korczak


Varsavia soffriva la fame, ma Janusz Korczak riusciva sempre a trovare i viveri per i suoi bambini […]. Venne l'ordine di deportare tutti gli ebrei […].
Non si sa se avesse spiegato ai bambini del suo orfanotrofio a che cosa dovessero prepararsi e dove sarebbero stati condotti. Si sa soltanto che quando gli assassini assalirono la casa di Via Sienna 16 […], i duecento innocenti condannati a morte non piansero […]. Si stringevano al loro maestro […].
Fino ad oggi non si è saputo dove sia finito Korczak con i duecento orfani. Secondo ogni probabilità, nessuno di loro è sopravvissuto.
Mary Berg, Diario 1939-1944, p. 185.

Mary Berg, Diario 1939-1944, p. 185.

Agosto 1942
L'asilo infantile del dottor Janusz Korczak è ora vuoto. […]. Abbiamo visto i tedeschi circondare la casa. File di bambini che si tenevano per mano sono cominciati a uscire. C'erano tra loro creaturine di due o tre anni; i più grandi arrivavano forse a tredici. Ognuno portava in mano un fagotto e indossava un grembiule bianco. Camminavano a due a due, calmi, sorridendo, senza sospettare nemmeno lontanamente la loro sorte. Il corteo era chiuso dal dottor Korczak […]. La casa ora è vuota; le guardie puliscono le stanze dei bambini assassinati.




TESTIMONIANZA DI LIDIA BECCARLA ROLFI

Lidia Beccarla Rolfi, Le donne di Ravensbrück
Testimonianze di deportate politiche italiane, p. 52.


Ho visto un bambino al Revier, uno zingaro. Aveva forse tre anni e lo avevano ricoverato insieme con un trasporto intero di zingare per una forma rara di tifo. Le forme rare di qualsiasi malattia erano studiate e prese in considerazione. Durante la convalescenza veniva al centro della camera, tutto nudo, con una collana di medagliette al collo e cantava e ballava per noi, poi stendeva la manina bruna e chiedeva qualcosa: aveva fame. Aveva il viso dolce e gli occhi quasi spenti. Stava perdendo la vista, come tutte le donne del suo trasporto.



Ho conosciuto un bambino al blocco 24, biondo, con la testa rapata e con un vestito che gli cadeva addosso. Aveva forse quattro anni, non parlava e non capiva nessuna lingua. Era un bambino che non aveva nome, e come noi portava un numero e un triangolo rosso – politico – sul petto. Non l'ho mai visto piangere e non l'ho mai sentito lamentarsi. Veniva all'appello e poi correva a nascondersi in blocco. Di notte si accucciava in un letto e cercava posto fra le braccia di qualcuno di noi. L'ho visto per una quindicina di giorni, poi è scomparso.


TESTIMONIANZA DI LILIANA SEGRE


(…) Sentivamo sulla strada dei rumori familiari: suono di campane, di aerei di passaggio, ma eravamo dimenticati dal mondo fuori dal campo. Se incrociavamo dei giovani della Hitlerjugend, questi ci sputavano addosso e ci insultavano.
Le sorveglianti donne erano ancora più crudeli degli uomini; avevano potere di vita e di morte sulle prigioniere e si scatenavano su di noi con ingiustificata violenza. Vivevo con una incessante paura, mi chiudevo sempre di più in me stessa, cercando di essere invisibile. Sul mio corpo di adolescente la pelle era cascante e le ossa sporgevano da tutte le parti. Non sapevamo che giorno e che ora fosse, non potevamo avere notizie di nessun genere. Vivevamo in assoluta promiscuità, senza rimanere un attimo sole. Dormivamo in 5, 6 per giaciglio, utilizzando i nostri zoccoli come cuscino. Ci servivamo dei gabinetti in 20, 30 contemporaneamente e, senza un cucchiaio, dovevamo inghiottire a sorsate, come animali, la zuppa orrenda che ci veniva data una volta al giorno. La lotta per la sopravvivenza era senza quartiere: le prigioniere affamate e disperate avrebbero fatto qualunque cosa per un pezzo di pane. Passavano i mesi e noi obbedivamo ciecamente agli ordini, poiché volevamo vivere. Cercavamo di non perdere almeno il nostro cervello. Io tentavo di sdoppiarmi, immergendomi in un mondo irreale e mi sforzavo di non vedere e di non sentire. Di non vedere i cadaveri nudi e scheletriti, ammucchiati in attesa di essere bruciati; di non vedere le punizioni, la fiamma del camino, la neve sporca, i fili spinati percorsi da corrente elettrica. Di non sentire di notte le grida, i fischi, i comandi urlati; i racconti delle altre prigioniere sulle atrocità viste o subite.


TESTIMONIANZA DI Mario Spizzichino
superstite di Auschwitz, Sosnowitz e Mauthausen

Arrivammo ad Auschwitz di notte, si sentivano le urla dei cani, delle lunghe file che cantavano una canzone che non si capiva. Alcuni portavano delle strisce rosse altri vestiti bianchi e azzurri, zebrati, come una zebra. La mattina ci aprirono i vagoni con delle urla "Schnell, alle heraus", fuori tutti. Là vi erano dei dottori, degli ufficiali vestiti con dei camici bianchi come se fossimo gente da macello e facevano le spartizioni di donne e bambini da una parte e dall’altra, le altre volevano il marito, una cosa straziante. Dovevamo seguire e stare zitti e venivamo bastonati. La nostra sosta a Birkenau fu di pochi minuti e poi ci misero in cammino verso il campo di Auschwitz. Non so se erano due o tre chilometri, dove c’era un cancello dove c’era scritto "Arbeit macht frei", il lavoro rende liberi. Ci spogliarono tutti nel centro di un Block, tutti nudi e ci dissero di non tenere nulla di nostro che se avessero trovato una fotografia o qualsiasi oggetto ci avrebbero punito severamente.
Ci dissero di entrare dentro ad un posto dove c’era scritto Waschraum, bagno, ma non sapevamo che quel bagno era a doppio uso. Lì cominciarono prima a rasarci da tutte le parti del corpo, dopo fare il bagno con acqua bollente e acqua gelata. Appena fuori ci fecero il numero sul braccio a ciascuno di noi. Io divenni il numero 180098. Da lì avevamo un numero e un’etichetta sopra ogni vestito con la stella di Davide.
Al campo le prime botte con malvagità le ebbi da un kapò perché scendendo dalle scale voleva che andavo più svelto. Così dopo alcuni giorni, qualche mese, ci trasferirono. Mi separai da mio zio ad Auschwitz, non lo rividi più. Con i camion ci portarono a una certa distanza da Auschwitz, a Sosnowitz. Qui a Sosnowitz abbiamo passato le più brutte giornate. Ci facevano lavorare notte e giorno in una fabbrica bellica dove si costruivano delle granate per bombe. La mattina quando si usciva dal campo dovevamo cantare gli inni nazisti, se qualcuno non cantava veniva tempestato di percosse. Così all’entrata e così all’uscita.
Un giorno, si avvicina Natale del ’44, si sentono già le cannonate dei russi e allora aspettavamo la liberazione. Ma non fu così. Un giorno un gruppi di russi tentarono la fuga, e due di loro furono presi. In quel momento in mezzo al campo vi erano degli alberi per festeggiare il Natale. Questi due russi li hanno messi su un tavolone, dove hanno piazzato la forca e noi dovevamo assistere a questa impiccagione di questi due sventurati perché avevano tentato la fuga. Il capoblocco, che era un criminale tedesco internato, mentre gli mette la corda al collo li prese a schiaffi, che anche l’ufficiale deplorò questo fatto. Miei cari genitori addio



Miei cari genitori,


se il cielo fosse carta e tutti i mari del mondo inchiostro, non potrei descrivervi le mie sofferenze e tutto ciò che vedo intorno a me.
Il campo si trova in una radura. Sin dal mattino ci cacciano al lavoro nella foresta. I miei piedi sanguinano perché ci hanno portato via le scarpe…
Tutto il giorno lavoriamo quasi senza mangiare e la notte dormiamo sulla terra (ci hanno portato via anche i nostri mantelli).
Ogni notte soldati ubriachi vengono a picchiarci con bastoni di legno e il mio corpo è pieno di lividi come un pezzo di legno bruciacchiato.
Alle volte ci gettano qualche carota cruda, una barbabietola, ed è una vergogna: ci si batte per averne un pezzetto e persino qualche foglia.
L’altro giorno due ragazzi sono scappati, allora ci hanno messo in fila e ogni quinto della fila veniva fucilato…
Io non ero il quinto, ma so che non uscirò vivo di qui.
Dico addio a tutti, cara mamma, caro papà, mie sorelle e miei fratelli, e piango…

(lettera scritta in yiddish da un ragazzo di 14 anni nel campo di concentramento di Pustkow)


“Ritorno dai Lager” ,

dal libro di Liana Millu “TAGEBUCH”, edizione Giuntina

Mai ho parlato del mio ritorno dai Lager, e dopo oggi, mai più ne parlerò. Ma ne ho preso l’impegno e lo faccio, pur risentendone orrore e dolore. Alzerò quella lastra tombale, guarderò in un fondo dove strisciano serpenti…

Primi di settembre 1945, Venezia.

Condotta in un ufficio della polizia ferroviaria, davanti a tre uomini che, dopo qualche domanda incuriosita , mi guardano in silenzio. Mi ci aveva sbattuta un controllore paonazzo d’ira, stringendomi il braccio, quasi strattonandomi. Aveva spiegato che, nel tragitto Mestre-Venezia, alla sua legittima – le-git-ti-ma !!—richiesta del biglietto, avevo risposto di essere salita a Mestre, scendendo da una tradotta..
Una donna in una tradotta? E doveva credermi? Alle sue insistenze, avevo perfino alzato la voce.
- Vengo dalla Germania, soldi non ne ho, il biglietto non lo pago. Ho fatto un anno di Lager!
Germania non Germania, qui eravamo in Italia e il biglietto dovevo pagarlo. Cosa erano quelle pretese? Dei Lager, lui, se ne fregava!
Raccontò tutto ai poliziotti e se ne andò con un’ultima occhiata minacciosa. E, ora, quelli mi guardavano in silenzio. Sentivo i loro sguardi indugiare sulla camicetta che mi ero confezionata a Dörverden, provincia di Hannover, zona inglese, campo di raccolta per militari italiani.
Laggiù, la camicetta rimediata con tre tovaglioli dell’ospedale, aveva riscosso complimenti. Ma, ora, i tre la guardavano con disapprovazione: era tutta stropicciata e anche sporca.
- Vada pure – finalmente uno si decise – Vada pure e…
- Vada e si ripulisca, si metta un po’ in ordine. Una donna…
Dunque, ero una donna. Ci pensai uscendo dalla stazione, nella mattina splendente. Ero una donna. “Laggiù”, per un anno tutto era stato fatto perché me lo dimenticassi.

A Genova, dove ero tornata, l’Ente Comunale di Assistenza elargiva 500 lire al mese – allora erano qualcosa – ai reduci privi di casa e di mezzi. Veramente, una casa per dormire ce l’avevo. Una signora, timorosa che il Commissariato per gli alloggi le requisisse una camera inutilizzata, mi ospitava volentieri ripetendo:
- Meglio una poveretta tornata dai Lager, che gentaglia imposta dal Commissariato!
Così, dal settembre, mi presentavo agli sportelli dell’Assistenza. La fila era lunga e l’impiegato impaziente.
Una volta, era quasi mezzogiorno, quando venne il mio turno, mi appoggiai con le braccia sullo sportello: ero stanca. L’impiegato si sporse per controllare quanta gente c’era ancora e, per caso, lo sguardo gli cadde sul numero tatuato sul mio braccio.
- Cos’è?
Glielo spiegai ed ebbe un risolino sardonico.
- Vi marcano la pelle? Come bestie?
Poi aggiunse:
- Dite che nei Lager era un macello. Ma a vedere quanti vengono qui a beccarsi le 500
lire, mica si direbbe. Altro che sterminio!

Nel mio testamento, ho scritto che una piccola somma venga data all’Auxilium e alla Caritas con questa precisa motivazione:
“In ricordo dei quattro quadratini di cioccolata e del sorriso ricevuto da due suore francesi che vennero al treno della Croce Rossa che mi rimpatriava dalla Germania. E del bicchiere di latte ricevuto alla stazione di Verona, dal banco dell’Auxilium, da una giovane donna dal viso gentile.



TESTIMONIANZA DI SETTIMIA SPIZZICHINO
Tratto da "Gli anni rubati" Le memorie di Settimia Spizzichino

(…) "Ma che sta succedendo?" - mi chiesi.
Lo seppi anche troppo presto. Il mattino seguente arrivò il dottore e fu tremendo. Mi portarono in sala operatoria, mi cosparsero con una pomata, non so ancora cosa fosse, e due ore dopo ero tutta una piaga. Il dolore era insopportabile, piangevo e mi lamentavo.
Vennero a trovarmi delle ragazze greche che erano ricoverate al piano di sopra. In quella specie di lingua internazionale che si parlava ad Auschwitz - un po' tedesco, un po' tutte le altre lingue e molto a gesti - mi spiegarono: "Siamo al Blocco Esperimenti. Provano su di noi delle medicine; ma prima devono farci ammalare".
Al Blocco rimasi parecchio tempo. Gli esperimenti erano sgradevoli e dolorosi (mi iniettarono la scabbia, il tifo, e una dozzina di altre malattie di cui non conosco il nome) e spesso le cure erano anche peggio della malattia. Per un mese andai avanti e indietro dalla sala operatoria e alla fine ero ridotta in uno stato pietoso, nonostante fossi al caldo, avessi da mangiare - non molto, ma certo più che al Campo - e fossi libera dai maledetti appelli.
Quando si avvicinava al mio letto, il medico voltava la testa verso l'infermiera e la scuoteva, come a dire: "Questa non ce la fa". "Ce la faccio, vedrai." - pensavo io. Ma non riuscivo quasi più a scendere dal letto.
Un giorno pian piano mi alzai dal letto e sorreggendomi con la sedia mi trascinai fino al lavandino. (…)
Alzando gli occhi vidi una sconosciuta, uno scheletro sparuto coperto di piaghe. Pensai: "Dio, com'è ridotta questa!" E portai le mani al viso. La sconosciuta fece lo stesso gesto. Allora capii con orrore che stavo guardando la mia immagine allo specchio. Dio quanto piansi!


TESTIMONIANZA PER LA FAMIGLIA LOWENTAL Frammenti

Giunti nel 1938 a Verona, i Löwenthal, si trovarono subito in buoni rapporti con alcuni esponenti dell'antifascismo
Gli incontri avvenivano non solo in casa Löwenthal, ma anche nello studio di Berto Zampieri, scultore, a cui Brigitte Löwenthal legherà il suo destino. La giovane cominciò a lavorare con Berto nella Resistenza, stampando e diffondendo manifestini che incitavano gli operai a rifiutare la collaborazione nelle fabbriche in Germania. Nel frattempo Robert, il padre, forse per l'amicizia stretta con Giovanni Mardersteig, maestro di fama mondiale nella stampa artistica, fu assunto presso la Mondadori di
Verona, ottenendone la direzione tecnica. (…) Ma all'indomani dell'8 settembre 1943, quando Verona divenne punto strategico dell'occupazione nazista e centro della Gestapo, i Löwenthal lasciarono la loro abitazione e si separarono, ben consapevoli dei pericoli cui erano esposti, si rifugiarono a Marcemigo nella Val d'Illasi..
Un’ idea fissa di Robert era quella di non farsi prendere vivo, per questo girava sempre con del veleno, "Piuttosto di farmi arrestare, mi suicido", questo ricorda ancora oggi il signor Aldo Tommasi. Allora per chi denunciava un ebreo nascosto c'erano delle taglie, cioè delle ricompense di circa 5000 lire, che allora era una bella cifra.
Ma la gente della frazione Carbonari era di buon cuore: non pensava al denaro, "Mio padre aveva fatto l'altra guerra, capiva la sofferenza di chi doveva scappare, nascose Robert senza chiedersi quali rischi correva.”
Quando, quella mattina del 28 febbraio, i fascisti delle Brigate Nere bussarono alla porta per arrestare Robert tutta la famiglia era ancora a letto. Guardando dalla finestra, si accorsero che la casa era circondata. Berto salì in granaio, Brigitte andò ad aprire, i fascisti perquisirono la casa, trovarono Berto e lo trascinarono via. Brigitte salì nella camera dei suoi genitori e li trovò mentre inghiottivano delle pastiglie, così la madre le diede in silenzio un tubetto di Nirvonal, contenente 20 pastiglie che inghiottì in fretta, a cinque alla volta.
Furono così portati poi all'ospedale di Tregnago su di un carretto: Robert morì lo stesso giorno, Anna, la moglie, il 3 marzo e Brigitte prodigiosamente si salvò.


TESTIMONIANZA DI AGOSTINO BARBIERI

Sono Agostino Barbieri, sono nato il 30 marzo 1915 ad Isola della Scala in Provincia di Verona. Sono stato arrestato in una frazione di Isola della Scala che si chiama Tarmassia perché facevo parte di una missione militare che aveva lo scopo di fornire informazioni agli eserciti alleati e organizzare gruppi di partigiani.
Sono stato arrestato il 22 novembre 1944 dalle Brigate Nere di Verona con l’ausilio della polizia tedesca. …
Dopo l’arresto siamo stati portati alla Brigata Nera di Verona che allora aveva le carceri della scuola di avviamento Sanmicheli. Siamo stati lì una settimana naturalmente sotto gli interrogatori, i soliti interrogatori a base di botte, di sevizie, di maltrattamenti di ogni genere. Poi al Palazzo dell’INA, poi a Bolzano.
Verso Santa Lucia mi sembra, prima di Natale sicuramente perché Natale l’ho passato a Mauthausen, sono stato trasportato a Mauthausen.
Siamo andati alla stazione, ci hanno messo sui carri bestiame, hanno sigillato i carri, poi siamo partiti. E’ durato sei o sette giorni questo viaggio, una roba bestiale.
Eravamo forse una quarantina per vagone. Si doveva defecare, urinare tutto lì, sedersi sullo sterco, una cosa spaventosa. Poi c’era il problema della sete. Il problema della sete gravissimo. C’è stata gente, i vicini alla parete del vagone che leccavano il piccolo ghiaccio che si formava dall’umidità e dal freddo esterno finché avevano la lingua rossa di sangue, perché la sete è stata una sofferenza atroce veramente.
Siamo scesi dal treno naturalmente nelle condizioni in cui eravamo, ci hanno inquadrati perché dalla stazione a Mauthausen c’era un pezzo di strada in salita anche che bisognava percorrere a piedi.
Quando siamo arrivati lì il comandante del campo ha chiesto se c’era qualcuno che sapeva l’italiano. E’ venuto fuori uno, ha fatto l’interprete. “Siete a Mauthausen, qui esiste solo la legge dell’obbedienza, perciò chi vuol tentare di fuggire, si guardi attorno e vedrà che non c’è nessuna possibilità. Bisogna solo tacere e obbedire”.
Ci hanno portati dentro in un enorme stanzone. Ho fatto un bagno bollente e immediatamente dopo un bagno freddo secondo le regole perfette dell’igiene.
Poi ci hanno messi fuori sei minuti nudi, tagliato tutto, rasati sotto, sopra, tant’è vero che io scrivo sul mio libro che io ho avuto la sensazione che mi tagliassero via tutto quando il Friseur prese in mano il mio pene.
Poi ci hanno messo fuori in fila ad aspettare. Intanto nevicava e noi fuori ad aspettare. S’è completata la fila, poi ci hanno portato nelle baracche di quarantena dove si dormiva in tre, qualche volta anche in quattro su un materasso a terra.
Ci mettemmo giù di fianco, la SS col tubo di gomma ci batteva finché ci si stringeva, imballati come le sardine. Lì abbiamo fatto parecchi giorni.


TESTIMONIANZA DI ALESSANDRO CANESTRARI
Mi chiamo Alessandro Canestrari, nacqui a Marano Lagunare in provincia di Udine il 10 agosto del 1915.

Mi hanno arrestato il 20 dicembre del 1944, perché ero il comandante del battaglione Trainago.
Allora i fascisti - le Brigate Nere, soprattutto l'UPI (Ufficio Politico Investigativo), la cui sede era presso l'ex caserma del Teatro Romano, dove fui prigioniero - ebbero sentore che il comandante dei partigiani fossi io.
Naturalmente fui avvisato... Approfittai del fatto che avevo un fratello missionario comboniano e finii per due, tre giorni nella casa madre di Verona, nascosto dai padri comboniani. Sennonché, quando vennero a casa le Brigate Nere, non trovandomi, misero in prigione mia sorella Costanza, staffetta partigiana.

Mia sorella aveva una gamba rigida per un'operazione subita a quattro anni. Quando seppi che mia sorella era stata arrestata al mio posto, non vi dico il mio stato d'animo... Avevo rimorso... Mio padre, pur essendo antifascista, mi accusava... Quindi vagai un po' a Verona di nascosto; poi, una certa sera, preso dalla nostalgia di mia moglie e del bambino - mia moglie era giovanissima - tornai a casa. La seconda notte, alle due del mattino, buttarono giù la porta e mi arrestarono.

Mi portarono alle Brigate Nere, nella scuola Sanmicheli di Verona e il giorno dopo mi portarono al Giardino Giusti dove c'era il famoso criminale, il capitano Gradinigo delle Brigate Nere. Era il giorno 23 dicembre del '44... Mi disse Gradinigo "Questo è il più bel regalo di Natale!" e mi diede una dose di bastonate.


Da lì mi portarono alla sede dell'UPI dove subii un altro interrogatorio. Lì seppi che avevano ucciso il colonnello Giovanni Fincato. Dall'UPI finii al Forte San Leonardo, dove rimasi una settimana, quindici giorni. Dal Forte San Leonardo mi rivollero le SS e finii al palazzo dell'INA. Lì ci fu l'interrogatorio che... L'ho vista brutta...
Morale della favola: mi condannarono a morte.

Da Verona per raggiungere il campo sono partito con Perotti... Eravamo in un solo camion, stipatissimo... C'erano tre SS sedute dietro, due sedute avanti col mitra puntato verso di noi.

Siamo arrivati al campo di Bolzano. Naturalmente eravamo pieni di parassiti...
Ci denudarono, ci portarono via tutti i vestiti e ci diedero la tuta bianca. Non avevamo quella a strisce dei campi di concentramento nazisti ma la tuta bianca col triangolo rosso e il numero di matricola: il mio numero era 9586.


Nel periodo in cui siamo rimasti a Bolzano, nel Lager di Bolzano c'erano anche dei religiosi deportati, c'era un certo Ghera, il frate di Barana. Voi dovreste parlarne, perché l'arresto di Padre Corrado, dei frati che erano lì nel convento di via Barana, è avvenuto perché avevano dato asilo a ebrei, a partigiani e perché assistevano gli antifascisti. Ne deportarono cinque o sei, mica lui solo; adesso ricordo Padre Corrado perché era con me alle carceri di Verona. C'erano anche tantissime donne, ce ne erano di bellissime... Io credo che fossero duecento o trecento dentro i fili spinati. Poi c'erano anche degli ebrei... Alcuni ragazzetti ebrei presi a calci dalle SS, gettati a due metri di distanza, li ho visti io con i miei occhi.


In fondo al campo c'erano le celle della morte, e da lì uscivano le grida dei torturati... Direi che ogni giorno abbiamo sentito grida di dolore e di disperazione.


TESTIMONIANZA DI ARTURO BANTERLA

Mi chiamo Arturo Banterla di Sona, Verona. Sono stato arrestato dalle brigate nere perché antifascista iscritto all'UVAM. Sarà stato verso settembre del '44. Avevo ventitré anni, ventitré anni e mezzo. Mi hanno portato alla caserma del Teatro Romano, dove torturavano la gente per farla parlare e per fargli dire anche quello che non sapeva. Ricordo ancora i nomi di quelli morti: un certo Bragantin di Giovanni, c'era Predoni Attilio, Marani Enrico... Tutti morti.

Ho passato un certo periodo al Tetro Romano, pochi giorni, poi mi hanno trasferito nel Palazzo delle Assicurazioni in Corso Porta Nuova, nei sotterranei, dove mi hanno interrogato le SS... Poi mi hanno portato a Forte San Leonardo. Oltre agli interrogatori, ho subito anche delle torture, dai fascisti soprattutto, di quelle botte... Il fatto è che ti facevano una domanda e non ti facevano dare la risposta, perché ti davano minimo un pugno in bocca, ti sbattevano per terra, non riuscivi a parlare, non ti lasciavano rispondere. Le SS …mi hanno chiuso in una cella da un metro per mezzo metro, non si poteva neanche star distesi, comunque. Lì ci siamo stati una ventina di giorni.

Da Forte San Leonardo, poi, mi hanno caricato su un camion con tanti altri, ci hanno portato nel campo di Bolzano. Sono partito in gennaio, era un Natale..., era circondato, chiuso, era chiuso da reticolati. … Eravamo divisi da una parete dalle donne. Poi è successo... Per quel che mi ricordo, stavano scavando una buca nel terreno per uscire, per scappare fuori. Il giorno di Natale, il 25 dicembre, il capo-campo, un colonnello dell'esercito che era anche lui prigioniero, ha fatto la spia. Allora ci hanno tenuto fuori tutto il giorno in piazza al freddo, senza mangiare perché dovevano uscire i colpevoli, dovevano uscire, poi sono usciti due o tre volontari e mi sembra che abbiano fatto anche una brutta fine, qualcuno lo hanno attaccato ad un palo...

(Le donne) allora ci hanno procurato degli attrezzi per la fuga, ci hanno dato delle seghette e delle pinze, avevano della roba che pian piano ci hanno passato; siamo riusciti a salire sul treno con questa roba, poi abbiamo tentato di aprire lo sportello.
C'era la guardia dietro e davanti sul vagone. E quando il treno arrivava a qualche curva e poi rallentava bisognava saltare... Se va, va... Non c'era altro da fare. Sennonché, ad un certo punto, il treno si ferma. Quando avevamo quasi aperto - mamma mia ragazzi, avevano dei cani - sono venuti giù... sono venuti, hanno passato i vagoni... Erano lì... Hanno aperto, perché era già tagliato tutto. Sono venuti dentro con i fucili... botte da orbi. Lì ho avuto una fortuna sfacciata che ero dietro... I primi davanti...


TESTIMONIANZA DI MILO NAVASA

Mi chiamo Milo Navasa, sono nato a Venezia il 27 maggio 1925. Figlio unico e abitavamo a Verona da parecchi anni. Mio papà lavorava alla Telve e io ero studente, scuole normali, liceo ecc.
Il 13 dicembre 1944 di notte abbiamo sentito un fracasso infernale giù alla porta d’ingresso della casa, hanno mezzo sfondato una porta ed era una pattuglia di SS. Sono venuti dentro, hanno beccato mio papà subito e stavano per portarlo via, quando girando per l’appartamento, sono capitati anche in camera mia che stavo dormendo, mi ero svegliato un po’ di soprassalto. Hanno chiesto a mio padre, il quale parlava tedesco tra l’altro e capiva, gli hanno chiesto chi ero e lui ha detto: “E’ mio figlio”. Hanno detto: “Komm” e mi hanno preso
No, io non sapevo niente. Ero un tataro qualsiasi, mio padre se n’è guardato bene dal parlarne a casa, perché altrimenti mia madre gli avrebbe fatto l’inferno. Allora in casa non sapevamo niente. Li hanno beccati tutti e sono crepati tutti, li conoscevo anch’io. Per fortuna hanno fatto un interrogatorio anche stringente, ma non potevo confessare, perché non avevo né fatto né pensato né niente. Ero un ragazzotto, uno stupidotto, non è che avessi delle mire a dire… Se ne sono probabilmente accorti e ne hanno tenuto conto forse, non so, perché non mi hanno cacciato in quel pasticcio, mi hanno lasciato lì fino alla fine della guerra.
Adesso ti spiego questa cosa, che fa pensare proprio alla gente come può essere a volte. Mio papà con alcuni dei suoi coetanei, aveva quarantanove anni quando l’hanno preso, si erano buttati dentro, perché mio papà aveva fatto la Grande Guerra completamente dal primo all’ultimo giorno, per cui i tedeschi gli stavano qua e si era buttato nel Comitato di Liberazione.
Erano sette od otto che avevano fatto questo gruppetto, in casa non sapevamo niente e compagnia bella. Se non che si è infilato dentro uno italiano, il quale ha finto di essere dentro così e poi li ha denunciati tutti. Allora un giorno che ancora eravamo qui alle SS in Corso Porta Nuova ci hanno portato fuori a dare una mano, perché c’era il bombardamento, tirare via un po’ di macerie. Stavamo tutti e due andando insieme con gli altri, mio papà mi ha detto: “Ehi, Milo, attento. Guarda quello lì col cane. Guarda bene”. Io lo guardo bene, fissato, fotografato. “Quello è quello che ci ha fatto la cavalletta a tutti”. Quando sono tornato a casa l’ho cercato per un anno. Non so se avete visto quel film con Sordi, quando gli ammazzano il ragazzino, che poi va fino a che becca quello che…ecc… e’ “Un borghese piccolo piccolo”, mi pare che fosse. Faceva la stessa fine. Per un anno per tutte le strade ero lì che mi guardavo intorno, ma o era andato via o… Non l’ho più visto, non ho più saputo niente. Questa è la vecchia storia.


TESTIMONIANZA DI RAFFAELE CAPUOZZO


Mi chiamo Raffaele Capuozzo, sono nato a Milano il 24 maggio del 1924. Ancora oggi non so perché sono stato arrestato. Mi arrestarono l'11 maggio, alle cinque e mezzo della sera.

Mi portarono al Palazzo dell'INA, a Verona, dove rimasi tre mesi; passavano sempre regolarmente perché non erano convinti, non si rendevano conto che io non sapevo niente, mi chiedevano chi faceva parte del primo Comitato di Liberazione.
(...) Ho partecipato alla marcia della morte, quella famosa...
Tanto è vero che mi è arrivata una lettera dal Deuxieme Bureau francese - la conservo ancora -, in cui mi hanno scritto:
"Signore, lei ha fatto parte di questa marcia, potrebbe dirci in quali punti sono seppelliti?".
Le strade erano quelle che erano... Eravamo cinque per fila e si marciava. In quel periodo c'era l'esercito in rotta,... Bisognava praticamente lasciare loro il passo. Allora il comandante decise di metterci per tre, ma, naturalmente, mettendoci per tre la fila si allungò e la scorta divenne insufficiente. Decisero allora che i primi venti in testa, come vedevano un bosco, dovevano entrare con le pale e fare delle buche. Quando il capo riceveva il segnale, contava trenta dalla coda... Tutti marciavano e un bel momento trenta sparivano, andavano lì... Si sentivano solo le raffiche... E lì furono seppelliti. Per questo il Deuxieme Bureau mi chiese se ricordavo i punti dove, più o meno, potevano essere... Per dare una riesumazione a queste salme...
Io indicai sulla carta i punti, ma per saperlo esattamente bisogna vedere. Basta vedere dove c'è un gruppo di pioppi, o di piante di piccolo bosco, e lì ci sono senz'altro.



TESTIMONIANZA DI VITTORINA BASEVI VERONA


Vittorina Basevi, nata nel 1918, apparteneva a una famiglia patriarcale. A cinquant'anni dalla fine delle persecuzioni razziali, ancora s'interroga: "Perché mi sono salvata? Che compiti mi aveva affidato il signore? Furono anni bellissimi" ricorda "Verona non era una città antisemita e noi vivevamo tranquilli nella pace delle nostre case. La nostra era una grande famiglia i cui capi erano il nonno e la nonna. Il nonno aveva una sartoria in piazza Erbe, la nonna accudiva la sua grande famiglia: aveva avuto diciotto figli. La vita nella comunità ebraica scorreva serena e operosa, scandita dalle preghiere e dai riti delle nostre feste."
Era il 1935 e nella scuola già si cominciava a propagandare la dottrina razzista. "Nel nostro istituto non erano mai state fatte distinzioni di sorta fra gli studenti. Un mio compagno che mi aveva apostrofata "Brutta ebrea" fu sospeso dal preside per un mese, nonostante fosse il figlio di un alto ufficiale. Agli esami mi ritrovai alle prese con un professore altoatesino di provata fede fascista che, per punirmi dell'essere ebrea, mi rimandò proprio in italiano". Alla fine dell'estate Vittorina poté iscriversi alla facoltà di medicina dell'Università degli Studi di Padova. Frequentò i primi quattro anni di studi, poi fu espulsa.
"Le leggi razziali erano entrate da poco in vigore quando incontrai sul ponte Pietra il mio insegnante di religione. Egli mi vide piangente, disperata per il nostro futuro. Mi abbracciò e mi disse: "Dovremo riscrivere il calendario e inserirvi i nomi di nuovi martiri." Il presentimento del professore fu confermato dagli avvenimenti che scandirono gli anni seguenti con la persecuzione degli ebrei.
Per aiutare gli ebrei a mettersi in salvo a Verona funzionò anche un ufficio della DELASEM, una delegazione di assistenza che operava per conto dell'Unione delle comunità ebraiche. Vittorina Basevi grazie al coraggio e alla potenza del futuro marito Giosuè Castagnini, riuscì a fuggire in Svizzera con la famiglia.
Dopo la guerra ricominciare è stato difficile per tutti. Al dolore per i lutti subiti si aggiungeva lo smarrimento. Ricorda Vittorina, guardando le foto un po' scolorite dei parenti che la "Shoah" le ha sottratto. "Le foto scoloriscono ma il cuore non dimentica".



ARRIVO
Di Edith Bruck

Il grembo del sistema di colpo ha partorito
gemelli a milioni.
Le sue ruote gonfie di odio e di obbedienza
urlano ordini.
Sbucano dalle nebbie e le palandrane grigie
come impazzite si spostano in continuazione
ci colpiscono alla cieca rompendo la fila
guadagnata con pugni e calci e colpi di fucile.
Le orecchie sono sorde, le parole
le inghiotte il vento
che dalle fabbriche di morte
porta odore di carne bruciata e cenere
sulle nostre teste calve di colpe non commesse.

da: Il TATUAGGIO, Ed. Guanda
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NOI Edith Bruck



Per noi sopravvissuti
è un miracolo ogni giorno
se amiamo, noi amiamo duro
come se la persona amata
potesse scomparire da un momento all’altro
e noi pure.
Per noi sopravvissuti
il cielo o è molto bello
o è molto brutto, le mezze misure
le sfumature
sono proibite.
Con noi sopravvissuti
bisogna andare cauti
perché un semplice sguardo storto
quello quotidiano
va ad aggiungersi ad altri tremendi
e ogni sofferenza
fa parte di una UNICA
che pulsa col nostro sangue.
Noi non siamo gente normale
noi siamo sopravvissuti
per gli altri

Monologo, Ed. Garzanti



TESTIMONIANZA DI ELIE WIESEL
Premio Nobel per la Pace

« Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l'eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai. »
(Elie Wiesel, La notte)


LA FARFALLA

L’ultima, proprio l’ultima,
di un giallo così intenso, così
assolutamente giallo,
come una lacrima di sole quando cade
sopra una roccia bianca
così gialla, così gialla!
l’ultima,
volava in alto leggera,
aleggiava sicura
per baciare il suo ultimo mondo.
Tra qualche giorno
sarà già la mia settima settimana
di ghetto:
i miei mi hanno ritrovato qui
e qui mi chiamano i fiori di ruta
e il bianco candeliere di castagno
nel cortile.
Ma qui non ho rivisto nessuna farfalla.
Quella dell’altra volta fu l’ultima:
le farfalle non vivono nel ghetto.

(Pavel Friedman, Praga 1921 – Auschwitz 1944)


NOSTALGIA DELLA CASA di Anonimo - Terezin 1943

E’ più di un anno che vivo al ghetto,
nella nera città di Terezin,
e quando penso alla mia casa
so bene di che si tratta.
O mia piccola casa, mia casetta,
perché m’hanno strappato da te,
perché m’hanno portato nella desolazione,
nell’abisso di un nulla senza ritorno?
Oh, come vorrei tornare
a casa mia, fiore di primavera!
Quando vivevo tra le sue mura
io non sapevo quanto l’amavo!
Ora ricordo quei tempi d’oro:
presto ritornerò, ecco, già corro.
Per le strade girano i reclusi
e in ogni volto che incontri
tu vedi che cos’è questo ghetto,
la paura e la miseria.
(…)
Ma intanto prezioso mi sei
perché mi posso sognare di te.


PAURA di Eva Pichova, 12 anni
Campo di Terezin


Oggi il ghetto prova una paura diversa,
Stretta nella sua morsa, la Morte brandisce una falce di ghiaccio.
Un male malvagio sparge il terrore nella sua scia,
Le vittime della sua ombra piangono e si contorcono.
Oggi il battito di un cuore di padre narra del suo terrore
E le madri nascondono la testa tra le mani.
Adesso qui i bimbi rantolano e muoiono di tifo
Il loro sudario sconta un’amara tassa.
Il mio cuore batte ancora nel mio petto
Mentre gli amici partono per altri mondi.
Forse è meglio – chi può saperlo? –
Assistere a ciò oppure morire oggi?
No, no, mio Dio, voglio vivere!
Senza vedere dissolversi i nostri numeri.
Vogliamo avere un mondo migliore,
Vogliamo lavorare – non dobbiamo morire!



SCARPETTE ROSSE di Joyce Lussu 185
Scrittrice, traduttrice e partigiana italiana medaglia d’argento al valor militare



"C'è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede
ancora la marca di fabbrica
Schulze Monaco
c'è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio
di scarpette infantili
a Buchenwald
più in là c'è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald
servivano a far coperte per i soldati
non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas
c'è un paio di scarpette rosse
di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald
erano di un bimbo di tre anni
forse di tre anni e mezzo
chissà di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto
lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini
li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l'eternità
perchè i piedini dei bambini morti
non crescono
c'è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perchè i piedini dei bambini morti
non consumano le suole".



VOI CHE VIVETE SICURI
di Primo Levi


Voi che vivete sicuri

Nelle vostre tiepide case,

voi che trovate tornando a sera

Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo

Che lavora nel fango

Che non conosce pace

Che lotta per un pezzo di pane

Che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna,

Senza capelli e senza nome

Senza più forza di ricordare

Vuoti gli occhi e freddo il grembo

Come una rana d'inverno.

Meditate che questo è stato:

Vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

Stando in casa andando per via,

Coricandovi alzandovi;

Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,

La malattia vi impedisca,

I vostri nati torcano il viso da voi.


(da “Se questo è un uomo” di Primo Levi)


SALMO di Paul Celan

Nessuno c’impasta di nuovo, da terra e fango,
nessuno insuffla la vita alla nostra polvere.
Nessuno.
Che tu sia lodato, Nessuno.
È per amor tuo
che vogliamo fiorire.
Incontro a
te.
Noi un Nulla
fummo, siamo, reste-
remo, fiorendo:
la rosa del Nulla,
la rosa di Nessuno.
Con lo stimma anima-chiara,
lo stame ciel-deserto,
la corona rossa
per la parola di porpora
che noi cantammo al di sopra,
ben al di sopra
della spina.



Io sono una stella
________________________________________
Solo bimbi “speciali” han sul petto una stella,

sin da lontano io sono vista per quella.

Mi han messo un marchio proprio sul cuore,

lo porterò fiera in tutte le ore.


La stella, si dice, è un premio, ma strano,

un uso che giunge da un tempo lontano.

Io so tutto quanto la stella rivela

e cercherò che essa diventi una vela.


Io sono una stella!

Papà mi diceva di scansare i guai,

ritorna presto ché non si sa mai.

Per me il giallo stella è come oro,

non voglio offenderlo e farne il mio alloro.

Ora sto qui eretta e orgogliosa,

urla, mia voce, ma silenziosa:

“Sono ancora persona in realtà,

mio è lo spirito, la volontà”.


Io sono una stella!



Inge Auerbacher da “Io sono una stella, una bambina dall'olocausto”.



TESTIMONIANZA del poeta Nicola Vapzarov


Che cosa ci offri, o Storia,
dalle tue gialle pagine?
Noi eravamo gente oscura,
uomini delle fabbriche e degli uffici.
Eravamo contadini con addosso
puzza di cipolla e di sudore
e sotto i baffi spioventi
imprecavamo contro la vita.
Ci sarà almeno riconosciuto
d’averti saziata d’eventi
e abbeverata con abbondanza
nel sangue di migliaia di morti?
Non vogliamo un premio per i nostri tormenti,
le nostre immagini mai giungeranno
sino ai tuoi massicci volumi
accumulati nei secoli.
Ma tu almeno racconta con parole semplici
alle genti di domani,
destinate a darci il cambio,
che valorosamente abbiamo lottato.


Nicola Vapzarov (poeta bulgaro, membro della Resistenza contro l’occupazione nazista del suo Paese, fucilato all’età di 33 anni il 23 luglio del 1942)


DAL DIARIO DI ANNA FRANK 131

9 ottobre 1942

Cara Kitty,
oggi non posso darti che notizie brutte e deprimenti. Stanno arrestando, a gruppi, tutti i nostri amici ebrei. La Gestapo è tutt'altro che riguardosa con questa gente; vengono trasportati in carri bestiame a Westerbork, il grande campo di concentramento per eberei nella Drenthe.[.]
Westerbork dev'essere terribile; per centinaia di persone un solo lavatoio e pochissime latrine... Fuggire è impossibile; quasi tutti gli ospiti del campo sono riconoscibili dai loro crani rasati e molti anche dal loro aspetto ebraico.
Se in Olanda stanno già così male, come saranno nelle contrade barbare e lontane dove li mandano? Supponiamo che per lo più vengano assassinati. La radio inglese dice che li gasano. Forse è il metodo più spiccio per morire. Sono molto turbata.

Anna



GAM GAM GAM Canzone


E' un pezzo del testo ebraico del Salmo 23 che le maestre ebree deportate nei campi di concentramento facevano cantare ai bambini.
il testo in ebraico fa così:

"gam gam gam chi elech / be be ghe zalmavet / lo lo lo ira ra / chi atta immadi / seivteha umishanteha' / hemma hemma inahamuni "?

Il testo tradotto è il seguente:
"Anche se andassi nella valle della morte non temerei male alcuno, perchè tu sei sempre con me. Perchè tu sei il mio appoggio, il posto più sicuro per me. Al tuo cospetto io mi sento tranquillo".



TESTIMONIANZA DI PETER FISCHL
(nato nel 1929, morto ad Auschwitz nel 1944)

...Siamo abituati
a piantarci in lunghe file alle sette del mattino,
a mezzogiorno e alle sette di sera,
con la gavetta in pugno,
per un po' di acqua tiepida
dal sapore di sale o di caffè
o, se va bene, per qualche patata.
Ci siamo abituati
a dormire senza letto,
a salutare ogni uniforme scendendo dal marciapiede
e risalendo poi sul marciapiede.
Ci siamo abituati
agli schiaffi senza motivo,
alle botte e alle impiccagioni.
Ci siamo abituati
a vedere la gente morire nei propri escrementi,
a veder salire in alto la montagna delle casse da morto,
a vedere i malati giacere nella loro sporcizia
e i medici impotenti.
Ci siamo abituati
all'arrivo periodico di un migliaio di infelici
e alla corrispondente partenza
di un altro migliaio di esseri
ancora più infelici...


Il tramonto di Fossoli

Io so cosa vuol dire non tornare.
A traverso il filo spinato
Ho visto il sole scendere e morire;
Ho sentito lacerarmi la carne
Le parole del vecchio poeta:
“Possono i soli cadere e tornare:
A noi, quando la breve luce è spenta,
Una notte infinita è da dormire”.
7 febbraio 1946 (Primo Levi )


LE ARPE DI BIRKENAU frammento

[…] Le ruote s’affrettano lungo la rotta
spingendo la vittoria del crimine:
trasportano,
trasportano la gente al gas,
la gente al crematorio,
la gente alla pira cosparsa di benzina.

Il fumo fluttua, denso e immondo …
Qui, uomini bruciano altri uomini.
E sui pali luminosi
brillano i fili tesi.
Queste sono le arpe di Brzezinka,
le arpe di Birkenau.

Zofia Grochowalska-Abramowicz, Birkenau, 1944


Charlie Chaplin: da La mia autobiografia
Bisogno di bontà


Scusate, ma non voglio fare l'imperatore.
Non è il mio mestiere.
Non voglio governare o conquistare nessuno.
Mi piacerebbe aiutare tutti, se fosse possibile:
gli ebrei i negri, i bianchi.
Noi tutti vogliamo aiutarci vicendevolmente.
Gli esseri umani sono fatti così.
Al mondo c'è posto per tutti.
La vita può essere libera e bella,
ma noi abbiamo smarrito la strada:
l'avidità ha avvelenato l'animo degli uomini,
ha chiuso il mondo dietro a una barricata di odio,
ci ha fatto marciare col passo dell'oca,
verso l'infelicità e lo spargimento di sangue..
Abbiamo aumentato la velocità,
ma ci siamo chiusi dentro.
Le macchine che danno l'abbondanza
ci hanno lasciato nel bisogno.
Pensiamo troppo
e sentiamo troppo poco.
Più che di macchine
abbiamo bisogno di umanità.
Più che d'intelligenza
abbiamo bisogno di dolcezza e di bontà.
Senza queste doti
la vita sarà violenta e tutto andrà perduto.



.................

E’ piccolo il giardino

È piccolo il giardino
profumato di rose,
è stretto il sentiero
dove corre il bambino:
un bambino grazioso
come il bocciolo che si apre:
quando il bocciolo si aprirà
il bambino non ci sarà.


(Franta Brass, nato a Brno il 14.9.1930
morto ad Auschwitz il 28.10.1944)



Fuga di morte
(Paul Celan)

Nero latte dell’alba lo beviamo la sera
lo beviamo a mezzogiorno e al mattino lo beviamo la notte
beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti
che scrive che scrive all’imbrunire in Germania
i tuoi capelli d’oro Margarete
lo scrive ed esce dinanzi a casa e brillano le stelle
e fischia ai suoi mastini
fischia ai suoi ebrei fa scavare una tomba nella terra
ci comanda ora suonate alla danza.
Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino e a mezzogiorno ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti
che scrive che scrive all’imbrunire in Germania
i tuoi capelli d’oro Margarete
I tuoi capelli di cenere Sulamith
scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti
Lui grida vangate più a fondo il terreno voi
e voi cantate e suonate
impugna il ferro alla cintura lo brandisce
i suoi occhi sono azzurri
spingete più a fondo le vanghe voi
e voi continuate a suonare alla danza
Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno e al mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith lui gioca con i serpenti
Lui grida suonate più dolce la morte la morte
è un maestro tedesco
lui grida suonate più cupo i violini e salirete come fumo nell’aria
e avrete una tomba nelle nubi là non si giace stretti
Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno
la morte è un maestro tedesco
ti beviamo la sera e la mattina beviamo e beviamo
la morte è un maestro tedesco
il suo occhio è azzurro
ti colpisce con palla di piombo ti colpisce preciso
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
aizza i suoi mastini contro di noi ci regala una tomba nell’aria
gioca con i serpenti e sogna la morte
è un maestro tedesco
i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith



TRIANGOLI MALEDETTI

Ogni internato era contraddistinto da un numero di matricola e da un triangolo di diverso colore per ciascuna ategoria di internati. Il triangolo di stoffa colorata era cucito sulla parte sinistra del petto e sulla gamba destra. I detenuti politici lo avevano rosso, verde era quello dei criminali, rosa quello degli omosessuali, viola quello dei testimoni di geova, nero quello degli asociali - prostitute, alcolisti, vagabondi, persone refrattarie al lavoro -; gli ebrei avevano un triangolo giallo sopra l'altro in modo da formare la stella di Davide....




L'approdo(Primo Levi)


Felice l’uomo che ha raggiunto il porto,
Che lascia dietro di sè mari e tempeste,
I cui sogni sono morti o mai nati,
E siede a bere all’osteria di Brema,
Presso al camino, ed ha buona pace.
Felice l’uomo come una fiamma spenta,
Felice l’uomo come sabbia d’estuario,
Che ha deposto il carico e si è tersa la fronte,
E riposa al margine del cammino.
Non teme né spera né aspetta,
Ma guarda fisso il sole che tramonta.



LETTERA ALLA MADRE
frammento

[…] Fili elettrici, alti e doppi,
non ti lasceranno mai più rivedere tua figlia, Mamma.
Non credere alle mie lettere censurate,
ben diversa è la verità; ma non piangere, Mamma.
E se vuoi seguire le tracce di tua figlia
non chiedere a nessuno, non bussare a nessuna porta:
cerca le ceneri nei campi di Auschwitz,
le troverai lì. Ma non piangere — qui c’è già troppa amarezza.
E se vuoi scoprire le tracce di tua figlia
cerca le ceneri nei campi di Birkenau:
saranno lì — Cerca, cerca le ceneri
nei campi di Auschwitz, nei boschi di Birkenau.
Cerca le ceneri, Mamma — io sarò lì!

Monika Dombke, Birkenau, 1943




VITA SCIUPATA

Vita sciupata
Che infamia
Che i giorni scorrano senza alcun senso
Che anziché il riso — io conosca soltanto lacrime
Sono avvilita, sono angosciata
Per aver perduto ogni speranza da così tanto tempo
Come accettare la grettezza umana?
Come pensare alla morte — quando il mondo mi sta chiamando!
Non ho ancora vent’anni
Sono giovane!
Giovane,
GIOVANE!

(Halina Nelken, Auschwitz, 1944)



Se soltanto sapessi (Nelly Sach)


Se soltanto sapessi
cosa hai guardato sul punto di morte
un sasso, che aveva già bevuto
molti sguardi estremi, un cieco sasso
mèta di altri sguardi ciechi?

Oppure terra, sufficiente
a riempire una scarpa
e già annerita
da tanto addio
e tanta volontà omicida?

O era forse il tuo ultimo cammino
che ti portava il saluto di tutti i cammini
da te percorsi?

Una pozza d'acqua,
un pezzo di metallo luccicante,
forse la fibbia addosso al tuo nemico,
o un altro presagio impercettibile dal cielo?


O forse questa terra
che non congeda nessuno senza amore
ti ha parlato col volo di un uccello
ricordando alla tua anima di quando palpitava
nel corpo riarso dai tormenti?




E ora considerate se questo è un uomo
di ADRIANO SOFRI


Di nuovo, considerate di nuovo
Se questo è un uomo,
Come un rospo a gennaio,
Che si avvia quando è buio e nebbia
E torna quando è nebbia e buio,
Che stramazza a un ciglio di strada,
Odora di kiwi e arance di Natale,
Conosce tre lingue e non ne parla nessuna,
Che contende ai topi la sua cena,
Che ha due ciabatte di scorta,
Una domanda d´asilo,
Una laurea in ingegneria, una fotografia,
E le nasconde sotto i cartoni,
E dorme sui cartoni della Rognetta,
Sotto un tetto d´amianto,
O senza tetto,
Fa il fuoco con la monnezza,
Che se ne sta al posto suo,
In nessun posto,
E se ne sbuca, dopo il tiro a segno,
“Ha sbagliato!”,
Certo che ha sbagliato,
L´Uomo Nero
Della miseria nera,
Del lavoro nero, e da Milano,
Per l´elemosina di un´attenuante
Scrivono grande: NEGRO,
Scartato da un caporale,
Sputato da un povero cristo locale,
Picchiato dai suoi padroni,
Braccato dai loro cani,
Che invidia i vostri cani,
Che invidia la galera
(Un buon posto per impiccarsi)
Che piscia coi cani,
Che azzanna i cani senza padrone,
Che vive tra un No e un No,
Tra un Comune commissariato per mafia
E un Centro di Ultima Accoglienza,
E quando muore, una colletta
Dei suoi fratelli a un euro all´ora
Lo rimanda oltre il mare, oltre il deserto
Alla sua terra - “A quel paese!”
Meditate che questo è stato,
Che questo è ora,
Che Stato è questo,
Rileggete i vostri saggetti sul Problema
Voi che adottate a distanza
Di sicurezza, in Congo, in Guatemala,
E scrivete al calduccio, né di qua né di là,
Né bontà, roba da Caritas, né
Brutalità, roba da affari interni,
Tiepidi, come una berretta da notte,
E distogliete gli occhi da questa
Che non è una donna
Da questo che non è un uomo
Che non ha una donna
E i figli, se ha figli, sono distanti,
E pregate di nuovo che i vostri nati
Non torcano il viso da voi.

Repubblica 10.01.2010

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Grazie Marisa per il lavoro che hai fatto, la passione, la ricerca competente e attenta.
Grazie, inoltre,per questi testi che contribuiranno a fare memoria nella scuola e tra altre persone sensibili.
Un grande abbraccio
Adriana

Anonimo ha detto...

Ti ringrazio anch'io Marisa per l'inserimento dei testi. E' importante non dimenticare ma è ancora più importante sensibilizzare le giovani generazioni.
Annamaria