BENVENUTE

Ciao a tutte,
Benvenute nel blog "inpuntadipenna2007"
Questa iniziativa ci offre ulteriori occasioni
di scrittura e di scambio di relazioni.
Una volta in più avremo così modo di stare insieme,
di condividere interessi ed esperienze.
Un contributo di crescita ed amicizia per il nostro
gruppo di scrittura molto speciale.
Che un buon demone ci accompagni.
Corinna



2 feb 2009

TRIBULAR

Che compito difficile parlare del tribulàr! Difficile perché in realtà, pur avendo lavorato molto e con un buon impegno di tempo e di energie, non ritengo di aver tribolato. Anzi, il mio lavoro è stato quasi sempre fonte di soddisfazione e spesso anche di divertimento. Lavorare coi bambini è fare davvero qualcosa di speciale.
Il tribulàr mi rimanda invece a vecchie storie, a racconti di memorie familiari di fatiche che hanno segnato vite ormai consumate e sepolte.

Le opere di contenimento del sedicesimo secolo del torrente, estroso e sempre poco affidabile, avevano reso le terre di Valpantena più sicure; le dure fatiche di dissodamento dell’uomo avevano reso quelle terre di valle più fertili e generose.
Mio bisnonno Antonio era uno di quei contadini che già alla fine del milleottocento faticava, dissodando e coltivando terre altrui per guadagnarsi il pane e il diritto di comperare terre proprie.
Col tempo e con le riforme agrarie c’era riuscito ed aveva acquistato terra, allargando la proprietà, fino ad essere considerato tra gli abbienti del paese.
Con la fatica del vivere guadagnò anche un volto duro, aspro e cotto dal sole; la bocca era tirata in una piega amara, a ricordare che la sua esistenza fu dura e tribolata. La schiena però era dritta, anche se usava un bastone per sostenere il passo, e l’intera sua figura emanava orgoglio e sfida.
Conservo una sua fotografia, presa in vecchiaia, quando ormai non lavorava più nei campi ma si limitava a sovrintendere e a dare consigli al figlio Enrico, unico maschio rimasto nella vecchia e grande casa della famiglia. Il bisnonno Antonio io non l’ho conosciuto. Era già morto nel ’48, quando sono nata.
Già il nonno Enrico, che io ho conosciuto ed amato, aveva cominciato a prendere le distanze dal lavoro di contadino e spesso, quando ripensava ai tempi della sua gioventù e alla fatica nei campi, esclamava con amarezza:
- La tera l’è bassa e cuciarse se tribula, mondoboia! –
Il nonno Enrico era stato contadino, in gioventù. Si era poi proposto come commerciante, con buon successo, e si era occupato anche del Municipio, perché era uno dei pochi in paese a saper leggere, scrivere e far di conto. Il bisnonno Antonio aveva mandato a scuola tutti e tre i figli maschi e anche una delle femmine, zia Angela, perché era una bambina sveglia ed intelligente. A quei tempi si discriminavano ancora le donne e per loro l’istruzione era considerata un assurdo e inutile spreco di tempo.
I fratelli del nonno erano entrati nell’esercito giovanissimi, e fatto brillanti carriere. Non avevano mai sporcato le mani di terra e se ne vantavano.
Avevano nel tempo assunto uno stile che si distaccava da quello in uso nel nostro piccolo mondo di paese. Avevano assunto modi urbani, era il commento di zia Angela. Traduzione: erano profondamente cambiati, erano diventati foresti, e i loro modi educati erano considerati con sospetto, con soggezione e con un po’ di invidia.
Nonno no, non era cambiato nello stile; conservava i modi burberi del padre ma la natura gli aveva conferito dei lineamenti delicati, con due occhi color acquamarina e un bel viso aristocratico. Che contraddizione! Lui aveva ereditato la campagna, il lavoro e il sapere contadino, cioè tutte quelle regole, quelle tecniche, quelle usanze e consuetudini, quelle astuzie trasmesse da padre a figlio,che da sempre sovrintendevano alla coltivazione della terra. Secondo il progetto del padre, Enrico doveva prendersi cura della proprietà, allargandone i confini.
Prendersene cura significava stare nei campi dall’alba al tramonto, con il caldo e con il freddo. Significava stare chini sulle zolle a dissodare e a preparare il terreno per la semina. Significava occuparsi delle vigne, potandole, legandole, scegliendo accuratamente i grappoli da portare a maturazione. Significava tagliare il fieno e l’erba spagna per le bestie, e falciare a mano le preziose spighe di grano, legandole pazientemente in covoni. Significava anche vedere il raccolto marcire sotto una pioggia incessante, con il cuore che si strizzava di pena.
Certo, negli anni, si era cominciato a noleggiare qualche macchina trebbiatrice e poi a comperare un trattore … ma questi non sono i ricordi con cui il nonno amava infarcire le sue storie di tribolazioni. Secondo lui questi aggeggi moderni si collocavano già nel periodo che chiamava delle comodità da siòri.
Nonno era fortemente legato alla valle e alla sua terra e lo rimase fino alla fine, anche quando le campagne erano curate da altri.

Talvolta, quando passeggio per il paese, mi capita di ricordare i luoghi com’erano … di rivedere il filare dell’uva moscata che il nonno curava con amore, di immaginare l’ombra amichevole della vigna di uva molinara, dove giocavamo noi bambini, e dove le zie sedevano a lavorare a maglia e a ricamare il corredo … di sorridere al ricordo delle macchie di succo d’uva sul colletto di scuola, con il grappolo sottratto per la merenda … di cercare con gli occhi il luogo esatto del fossato delle rane, la seriòla, che scavalcavo per passare alla strada grande, i muri di sasso del brolo, dove a primavera le lucertole si attardavano fino all’ultimo sole … di ricordare l’ondeggiare dei campi di frumento punteggiati dal rosso dei papaveri e dal blu dei fiordalisi e della lobelia selvatica …
Ora ci sono solo palazzi sui campi del nonno.
Cerco con gli occhi qualche tratto di campo vero, ancora autentico, tra i recinti e i giardinetti pensili, sopra i garage coperti di erba asfittica da sembrare finta, … cerco qualche fazzoletto selvatico di terra di campagna, dove occhieggino ancora i pissacani, gialli come l’oro, o i delicati occhietti della Madonna.
Cerco una manciata di scure zolle, perché lì c’è il sudore del mio bisnonno Antonio e del mio nonno Enrico, distillato prezioso di anni e anni di tribulàr, che “la tera l’è bassa, mondo boia!!”

3 commenti:

In punta di penna ha detto...

una lunga poesia in cui nessuna parola risulta di troppo e che vorrei tu continuassi ancora per regalarmi altre perle preziose. Mary

In punta di penna ha detto...

Bellissimo veramente, un abbraccio da Betty.

Anonimo ha detto...

CARA MARISA SCRIVI VERAMENTE BENE CIAO SILVANA ZZZZ PS QUESTO COMMENTO LO STO FACENDO DA SOLA