BENVENUTE

Ciao a tutte,
Benvenute nel blog "inpuntadipenna2007"
Questa iniziativa ci offre ulteriori occasioni
di scrittura e di scambio di relazioni.
Una volta in più avremo così modo di stare insieme,
di condividere interessi ed esperienze.
Un contributo di crescita ed amicizia per il nostro
gruppo di scrittura molto speciale.
Che un buon demone ci accompagni.
Corinna



12 gen 2009

Ero indignata per l’appellativo che il Direttore aveva appioppato a noi insegnanti del pomeriggio in una intervista a L’Arena. Aveva avuto il coraggio di chiamarci Miss Sorriso, noi, maestre a mezzo tempo, a mezzo stipendio, a mezzo contratto, considerate anche di mezza tacca, come si dice di chi conta poco.
Infatti non ci chiamavano neppure con l’appellativo di maestre ma con uno assai vago, di assistenti. Certo, qualunque cosa si facesse nelle quattro ore di completamento dell’orario scolastico, secondo il Direttore lo dovevamo fare con il sorriso sulle labbra, dimenticando che eravamo sottopagate, spesso mortificate da certe titolari arroganti e con un contratto inevitabilmente a termine.
“Miss sorriso” così ci aveva chiamate il Dottore nell’articolo su L’Arena. E noi di sorrisi ne spendevamo molti, magari al buio, per rincuorare sonnellini pomeridiani forzati, ma non potevamo accettare che qualcuno ce li etichettasse addosso, ce li estorcesse con subdoli complimenti. Che coraggio!
Ricordo di aver chiamato indignata la Redazione del giornale e di aver fatto le mie rimostranze, parlando al plurale, convinta che anche le altre fossero indignate al pari mio.
Accanto a me c’era un’amica del tempo, Rosanna, con cui avevo lavorato in un istituto religioso cittadino e che sapevo impegnata sentimentalmente con un uomo politico di sinistra. Rosanna era una donna schietta, diretta, e soprattutto che conosceva bene il sindacalismo militante.
Io avevo appena conosciuto Beppe e imparato a destreggiarmi tra gli – ismi del tempo e in me si era finalmente svegliata la cosiddetta coscienza politica.
Non poco per allora: ero donna e per di più di campagna, con formazione cattolico-cristiana ed ero di una bellezza “tranquilla”, casereccia direi. Con queste credenziali, senza il fascino dell’intellettuale tenebrosa e contorta, sfacciata ed alternativa, avevo davvero poche speranze.
Tuttavia quello che ascoltavo, infrattata nei fumosi ambienti politici dell’epoca, mi intrigava considerevolmente.
I lunghi e talvolta tortuosi ragionamenti politici a cui non ero abituata, il disprezzo per il Potere, i suoi abusi e le sue manifestazioni più becere e sanguinose (leggi guerra nel Vietnam), il pensiero alternativo che accomunava studenti, operai, insegnanti … godeva di un fascino a cui non riuscivo a sfuggire.
Si cantava con trasporto “Siur padrun dale bele braghe bianche fora le palanche che ‘ndema a ca’ “ e ci si sentiva davvero fratelli e sorelle di lotta delle mondine e delle operaie sfruttate.
Oppure, sull’onda di Fo, che seguivamo negli spettacoli di “Ci ragiono e canto”, si intonava in coro, con ironia e dileggio: “E sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re, fa male al ricco ed al cardinale, diventan tristi se noi piangiàm.”
Eppure ero spesso critica, tanto da essere guardata con sospetto, come una noiosa moderata che faceva troppi distinguo; ma i tempi erano quelli della speranza nel cambiamento e un vento nuovo e giovane spazzava via il formalismo di facciata e le ipocrisie di una società vecchia; ed io ero lì e non volevo restare esclusa. Quando cantavamo “Bella ciao” i vecchi gloriosi ex partigiani del bar Campidoglio si commuovevano, e noi con loro.
Per i nostri problemi di contratto Rosanna ed io fissammo un appuntamento in una osteria di Via San Vitale, vicino alla CGIL, dove i sindacalisti erano soliti farsi l’ombretta a metà mattina. L’ambiente era ampio, basso e fumoso; pieno di gente che chiacchierava animatamente di politica, di occupazioni, di crumiri, di scioperi. Ci sentivamo carbonare e cospiratrici, nascoste dal fumo delle nostre Camel.
Non esisteva un sindacato per il nostro ordine di scuola, ci dissero, dovevamo fondarlo noi. Noi non significava una moltitudine; noi eravamo Rosanna ed io.
Se le altre giovani colleghe si sentivano indignate, sfruttate, sottopagate, non ce lo avevano ancora comunicato. Anzi, a qualcuna, a sentire la parola “sciopero” veniva l’orticaria.
La mia Dirigente, ad esempio, affermava con candore: “Non possiamo scioperare. Dobbiamo chiederlo prima al Signor Sindaco …!” Ma lei era una anziana borghese di altri tempi.
Fummo subito invitate a parlare all’UDI, un accogliente circolo di donne di sinistra, dove le nostre rimostranze furono subito prese in considerazione e rilanciate a livello politico.
Ricordo ancora l’emozione del mio primo intervento in pubblico, una relazione di parecchie pagine sulla nostra condizione di sfruttate; ricordo l’ansia ma anche la calma con cui riuscii a leggere compostamente il testo preparato, e ricordo gli applausi. Ero gasatissima ma non potevo parlarne in famiglia; non avrebbero capito. Disapprovavano la mia partecipazione alle lotte studentesche e agli eventi politici. Ne parlavo perciò con Beppe e con Ennio e ragionavamo a lungo sul da farsi.
Che tempi! Pensavamo davvero di meritare un mondo migliore ed avevamo il coraggio di chiederlo, di scendere in piazza per manifestare e per rivendicare i nostri diritti. E c’era chi ci ascoltava!
Ora chi ascolta gli sfruttati, i precari, i sottopagati? Chi da voce alle sofferenze? Chi restituisce i sogni a questa gioventù così fragile e senza avvenire? Chi garantisce i diritti in un mondo dove il diritto non dimora più? Chi?

1 commento:

Anonimo ha detto...

Cara Marisa, quante cose mi tornano alla mente, quante cose sono cambiate. Non sono in grado di rispondere alle tue domande. Mi sembra solo che al giorno d'oggi si parla molto ma solo per lasciare le cose inalterate!
Un abbraccio, Annamaria