BENVENUTE

Ciao a tutte,
Benvenute nel blog "inpuntadipenna2007"
Questa iniziativa ci offre ulteriori occasioni
di scrittura e di scambio di relazioni.
Una volta in più avremo così modo di stare insieme,
di condividere interessi ed esperienze.
Un contributo di crescita ed amicizia per il nostro
gruppo di scrittura molto speciale.
Che un buon demone ci accompagni.
Corinna



10 dic 2008

IL PRIMO GIORNO DI LAVORO

Quanti anni sono passati! Fatico a ricordare quale è stato realmente il mio primo giorno di lavoro. Ho fatto parecchie cose nella mia vita, mettendo insieme le esperienze più disparate tuttavia, per coerenza con il mio lungo percorso di insegnante nelle scuole dell’infanzia, racconterò non tanto il primo giorno in assoluto quanto quello che ricordo con più chiarezza.
Avevo ottenuto un avvicinamento alla città, come insegnante di doposcuola nella scuola materna di un quartiere popolare, in periferia, allora poco meno che campagna.
Ricordo con vivezza il mio ingresso nel giardino della scuola. Suonai il campanello, un solo breve squillo educato. Avevo ventun’anni ed era il 1969.
Una bidella con il grembiule blu mi attendeva sull’uscio dell’edificio con aria indagatrice. Chi ero?
Esitai un attimo prima di dire “insegnante del doposcuola”. Ancora non avevo preso confidenza con il mio ruolo ed ero giovane e timida.
“Vedo se la dirigente è libera” fu la brusca risposta.
La dirigente non era altro che una insegnante anziana, designata dal Comune a dirigere la scuola in tutti i suoi aspetti: amministrativo e pedagogico-didattico.
La bidella, bussando con nocche leggere alla porta dell’aula, mi fece entrare, preannunciata come si usava fare in certi ambienti distinti.
Tenevo il grembiule bianco lavato e stirato ben teso sull’avambraccio sinistro, la mano destra era stretta allo spasimo, ad impugnare saldamente la tracolla della borsa, quasi a cercare sostegno ed aiuto.
I bambini erano tranquilli, seduti in banchi divisi, col grembiulino lindo e immacolato e con il fiocco rosa per le bambine e azzurro per i maschi. Mi guardavano con curiosità. Sessanta occhi ingenui puntavano verso di me. In quegli sguardi lessi sì curiosità ma anche offerta di amicizia e di possibili futuri affetti. Mi rincuorai.

La dirigente era una signora dai modi gentili e distinti, un tantino pomposi, che metteva immediatamente soggezione e timore. Io mi sentii subito inadeguata, spaventata dalla sua sicurezza. Era piccola e grassa, con i capelli ordinati da sembrare artificiali. Aveva uno sguardo acuto, perennemente vigile, talvolta accigliato.

Lo sguardo di lei corse immediatamente al mio grembiule.
Disse: “Signorina, ogni lunedì lo porti pulito e stirato. Questa è la nostra regola.” Poi invitò i bambini a cantare una canzone di benvenuto. La ricordo ancora:
“Bel tamburin se ti sento suonare, mi batte il cuore e mi fermo a guardare. Perepepè perepepè”.
Poi invitò la bidella ad accompagnarmi in quella che sarebbe diventata la mia sezione.
Qui mi accolse una atmosfera assolutamente diversa. I bambini facevano chiasso, passavano da un banco all’altro, litigavano. L’insegnante era una donna alta, un po’ curva, con una ridicola frangetta tagliata troppo corta, e un viso molto singolare direi. Camminava dondolando e alzava spesso la voce, inutilmente. Nei dieci minuti di compresenza mi raccontò tutto il male possibile del lavoro e mi delegò immediatamente a tenere il diario scolastico aggiornato, un dovere disse. Lei non ne era capace, aggiunse.
Prima di uscire mi informò che la “ricreazione”, per ordine della dirigente, aveva una ritualità e una organizzazione ben precise.
Si usciva al suono della campanella, in fila e con ordine.
All’ingresso si indossava il cappotto e il berretto. Anche sciarpa e guanti se c’erano. Poi, scesi i gradini, si prendeva posto in una delle quattro porzioni di prato in cui era diviso il cortile. I vialetti facevano da divisori. La dirigente non aveva piacere che le sezioni si mescolassero in quanto ciascuna insegnante era responsabile del proprio gruppo e doveva vigilare in piedi che i giochi non diventassero pericolosi.
Il monito: “Vigilare accanto ad una collega ha significato di conversazione e non di vigilanza”.
I bambini faticavano molto a mantenere questa divisione. Noi si passava il tempo a riprenderli.
Al poco gioco libero si dovevano alternare giochi strutturati come girotondi, ginnastica, giochi con la palla, giochi con i birilli, salto della corda, ecc.
Io ero stupita, incapace di accettare regole così rigide e sciocche. Non volevo essere un cane da pastore ma una educatrice!
Dopo le prime settimane infatti presi coraggio e ridiscussi l’organizzazione e i rituali della ricreazione. In realtà non ci fu un grande confronto ma ci furono proposte di gioco allegre e allettanti, corse scatenate, mosca cieca, salti e nascondini.
La mia vitalità e la mia allegria di vivace ventenne, risultò contagiosa. Caddero i confini dei vialetti e delle aiuole. La dirigente scuotendo la testa mormorava: “Ah queste giovani …!” Lo diceva però con un leggero sorriso. Io capii che potevo osare. E osai, sostenuta dalle colleghe più giovani …
I bambini cominciarono a mescolarsi, rincorrendosi per tutto il giardino, con naturalezza e senza più barriere. Anche le maestre assunsero nel tempo un diverso atteggiamento tra loro, più amichevole e più colloquiale. Persino più solidale. Ciascuna di noi si sentiva investita della responsabilità di tutti i bambini, e non più solo di quelli della propria sezione. Qualche rara parola tra noi non comprometteva certo la vigilanza e ai bambini doveva essere concesso spazio e tempo per il gioco libero, per instaurare relazioni, per provare nuove autonomie.
Questo è stato il primo di tanti cambiamenti che la mia generazione di insegnanti ha portato nelle scuole materne del tempo. Altri cambiamenti anche strutturali, sarebbero arrivati in seguito, insieme a un prestigioso riconoscimento dell’Unesco alle Scuole dell’Infanzia italiane: una scuola di Reggio Emilia fu riconosciuta la miglior scuola materna del mondo.
Anche a Verona ci abbiamo provato ad essere migliori, lo dico con tutto l’orgoglio di chi ha dedicata l’anima e il cuore al proprio lavoro! Erano tempi in cui si sognava di cambiare il mondo e si aveva il coraggio di osare.

Marisa

22 novembre 2008

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