BENVENUTE

Ciao a tutte,
Benvenute nel blog "inpuntadipenna2007"
Questa iniziativa ci offre ulteriori occasioni
di scrittura e di scambio di relazioni.
Una volta in più avremo così modo di stare insieme,
di condividere interessi ed esperienze.
Un contributo di crescita ed amicizia per il nostro
gruppo di scrittura molto speciale.
Che un buon demone ci accompagni.
Corinna



31 dic 2008

BUON ANNO

Tra zampone e lenticchie,
tra spumante e pandoro
a veder rosa ci provo...
Che sia per tutti una fine d'anno spumeggiante,
ed invitante,
che l'allegria regni sovrana
dimenticando ogni grana,
e che l'anno nuovo inizi nell'attesa
di giorni ricchi di sorpresa.

Betty

MARIA



Ancora tanti auguri di Buon Anno!
Corinna

PS.
Allego gli auguri di Maria!

AUGURI A TUTTI

Tanti auguri per una fine d'anno in allegria
che accoglie ciò che è stato,
con un sorriso lo lascia andare via.
Guarda con fede nell' ignoto che bussa...
dentro la sua grande valigia nuovi sogni,
avventure, nuovi incontri,
ancora un mondo d'opportunità.
AUGURI DUNQUE TUTTO INTORNO, SOTTO, SOPRA
A TUTTO IL MONDO
CHE SIA TEMPO DI PACE E SERENITA'. Mary

29 dic 2008


Ho scelto queste otto parole. Non chiedetemi per quale ragione perchè non lo so:

CARRIERA
RUOLO
DIGNITÀ
IDENTITÀ
GRADUATORIA
CURIOSITÀ
MOTIVAZIONI
INTERESSE



Cos’è stata la carriera nella mia vita lavorativa?
La scuola dell’infanzia degli anni settanta non aveva classi di merito verticali; nella scuola dell’infanzia (o almeno in quella comunale) non si faceva carriera ma si viaggiava in orizzontale. Eri insegnante? In questo ruolo restavi per tutta la tua vita lavorativa.
Un ruolo per il quale avevi penato, accumulando diplomi su diplomi, punteggio di servizio, mesi di faticosa colonia estiva … per poter accedere ai primi, ambiti posti della graduatoria pubblica.
Al tempo della mia assunzione avrei al massimo potuto aspirare ad un posto di Dirigente Scolastica e coordinare una struttura.
Le nostre battaglie sindacali degli anni settanta avevano limitato ulteriormente le possibilità, abolendo le Dirigenti, in ragione del troppo clientelismo lamentato nelle nomine di allora.
Accantonata da subito l’idea di fare carriera mi dedicavo completamente a fare bene il lavoro che avevo scelto. La forte motivazione personale si realizzava in un grande e costante impegno; la curiosità mi portava ad approfondire sempre gli argomenti; la creatività mi trasformava in persona eclettica e vivace; l’amore e l’interesse per i bambini facevano di me una buona maestra.
E tutto ha contribuito a conferire dignità al mio lavoro e alla mia persona, una dignità che non ho mai consentito a nessuno di scalfire o mettere in dubbio.
Sono stata apprezzata ed amata come insegnante e questo ha rinforzato la mia identità di donna lavoratrice, consapevole di portare avanti scelte spesso difficili, come il dualismo tra lavoro fuori e il ruolo di madre, le lotte e le conquiste sindacali … con la consapevolezza però di vivere un momento storico privilegiato ed unico.
Soltanto a fine carriera, negli ultimi cinque anni, posso dire di “aver fatto carriera” nel senso più comune dell’accezione. Questo grazie al lavoro pregresso riconosciuto come lodevole, a trentacinque anni di scuola a cui si sommano tutte le numerose esperienze fuori ruolo, e alla stima di cui ho goduto in ambito lavorativo.

Marisa

26 dic 2008


















COMPITO:
EVIDENZIA OTTO PAROLE DEGLI ULTIMI ELABORATI, CON ESSE COMPONI QUELLO CHE MEGLIO CREDI, UNA POESIA, UNA FILASTROCCA, RACCONTO ECC. ECC.
SVOLGIMENTO.

CASALINGA: Figura femminile in via di estinzione.
Ruolo per il quale sono necessarie doti di indubbia operosità e remissività, a causa di questo si torna senza dubbio alcuno, al punto sopra citato.

DANNI: Sicuramente vari danni, a volte irreversibili, possono essere causati, dall'uso sbagliato che una donna fa della sua vita. Nonostante questo, raramente si riscontrano nel soggetto menzionato, situazioni di inaridimento sentimentale.

DESTREZZA: Abilità della donna nell’esserci sempre e comunque.

CAMBIAMENTI: Le donne hanno una caratteristica unica, la capacità di adattamento a luoghi persone e umori. Per questo sono da considerarsi duttili, infatti hanno la possibilità di cambiare mantenendo la loro autenticità.

MANSIONI: Non si possono elencare le mansioni di una donna che lavora e gestisce una famiglia in un breve sunto. La parola “infinite” le può racchiudere tutte.

AMAREZZA: Quando le mansioni svolte non vengono neppure notate perché considerate normali, subentra l’inevitabile sentimento di amarezza, con il quale spesso la donna impara a convivere.

MILLE: I mille momenti di tenerezza, le mille coccole regalate e avute, i mille baci, i mille litigi, le mille attese e le mille speranze, le mille rose mai ricevute, i mille sorrisi, le mille lacrime … e i mille misteri legati all’amore.

ANNI: Generalmente il trascorrere degli anni migliora la donna … soprattutto se trova un bel gruppo come il nostro, con il quale potersi confrontare, divertirsi, sfogare, scrivere … in punta di penna.

Vi abbraccio augurandovi un nuovo anno ricco di serenità.


Betty



Coloro che sognano di giorno sanno molte cose
che sfuggono a chi sogna soltanto di notte
Edgar Allan Poe


da Marisa

(clicca sull'immagine)

25 dic 2008

AUGURI!



Il mondo è nelle mani di coloro che hanno il coraggio di sognare e di correre il rischio di vivere i propri sogni.
P.Coelho


Buon Natale e
Buon Anno Nuovo!

ANITA

BUONE FESTE


L'albero di Emma per augurare buone feste da tutte le compagne dei "Giardini della Memoria" a tutte le amiche di "In Punta di Penna".

Auguri!

Francesca


Dal vicino caminetto
scende giu un Angioletto
l'ho mndato di nascosto
a dare gioia in ogni posto
tanta gioia e tanto Amore
agli amici che ho nel Cuore.
BUON NATALE!!!
(clicca sull'alberello, si accende)

23 dic 2008

CARE COMPAGNE SONO IN RITARDO CON LA TEMATICA, MA SOLO OGGI HO AVUTO LA POSSIBILITA' DI SCRIVERE

IL TRIBULAR NELLA MIA FAMIGLIA

Nella mia famiglia eravamo in sette e solo mio papà portava a casa lo stipendio. Era inserviente all'ospedale, finito il turno lavorava nei campi, magari tutto il pomeriggio per una borsa di pesche o ciliegie. Al tempo della mietitura si alzava alle quattro del mattino per falciare il grano. Faceva anche il manovale e mia mamma mi racconta che lo scavo per costruire la casa lo faceva con un arnese appuntito in ferro detto "pico" e con questo battevano il terreno per fare la buca.
Con noi viveva la nonna era senza pensione aveva sempre lavorato nei campi, ma nessuno le aveva "messo giù le marchette". Con il nonno erano emigrati in Svizzera, ma non avevano fatto fortuna, era totalmente a carico di mio papà. Mi ricordo che mi diceva: "Seto Silvana lè bruta non averghe gnanca diese franchi par torme le mente."
E penso al tribluar di mia mamma per far quadrare i conti con quattro bambini. Al mattino andava a servizio mentre noi eravamo a scuola, a volte al pomeriggio portava il latte allle famiglie per guadagnare qualche lira.
In questo momento mi viene in mente il mio vestitino della prima Comunione, bello, vaporoso come quello delle altre bambine. La mamma lo aveva preso al "Disco Rosso" a Verona in via Mazzini. Se ci penso ha del miracoloso come sia riuscita a comprarlo.
So che mio papà ha lavorato tanto, ma mia mamma ha tribulato sette volte di più.

Ancora tanti, tanti auguri per un vero Natale buono, Silvana Z.

NATALE DI BETTY

IL MIO NATALE

Ed ecco un altro Natale,
fermento nelle vie,
fermento nel cuore,
non ho più lo stesso stupore,
ma sempre un grande bisogno d’amore,
di radici, di certezze,
ad alleviar le mie insicurezze,
Ed ora che mi trovo a metà strada
di un non sempre facile cammino,
voglio un Natale a me più vicino.

FILASTROCCA DI NATALE

Alla mia maniera vi voglio augurare uno speciale Natale
che sia d’oro o d’argento, ma bello in ogni momento.
Sulla neve o chiuse in casa, al ristorante in compagnia,
in una città d’arte pur che sia.
Il luogo è relativo, il lusso facoltativo,
il cibo soggettivo, ma il bisogno d’amore è universale,
è questo che vi auguro in modo speciale.




di Betty

LETTERA DI NATALE

Questo è il periodo migliore dell’anno.
Mario deve scrivere la lettera a Babbo Natale.
Ha passato gli ultimi giorni a sfogliare riviste e cataloghi di giocattoli, di libri e di programmi per computer, per trovare qualche spunto.
La cosa è diventata pian piano, così divertente da farne un gioco che ha coinvolto tutta la famiglia. Così che anche la mamma e il papà fanno a gara a chi trova l’idea più originale o assurda o ridicola.
“Guarda qua! - esclama un pomeriggio papà Ivano -,potresti farti regalare questo asciuga scarpe elettronico che emettendo un getto di aria fresca nelle scarpe, non solo le asciuga dal sudore, riducendo in tal modo la formazione di cattivi odori, ma elimina tutti i batteri che normalmente si sviluppano nelle scarpe umide”.
“Ma per chi mi hai preso? – dice ridendo Mario.
“Perché non regali tu qualcosa al papi - interviene la mamma – come questo comodo braccialetto, dotato di un sensibilissimo microfono, che non appena percepisce il rumore del russare, produce una lieve stimolazione elettrica, sufficiente a far cessare il ronf ronf?”
“Molto spiritosa, - commenta il papà - , ma per questo, bastano i calcioni che mi rifili tu!”
“Questo sì che è bello! – esclama nel frattempo Mario – sembra una vera telecamera a circuito chiuso, di quelle che si collegano ai sistemi di allarme, ma è completamente finta!”
“Sì, così i ladri, invece che rubarci solo l’automobile, ci porterebbero via tutta la casa per il gusto di essere i protagonisti di un film che nessuno vedrà mai” – commenta Ivano.
“Cosa ne dite dello scacciaroditori ad ultrasuoni?” – torna a chiedere Mario.
“E del maxilava pelucchi?”
“E della barra di metallo brevettata che elimina completamente i cattivi odori di cipolla, aglio, pesce ecc.?”
“E del mangiafumo?”
“E il ciuccio misura-febbre?”
Ormai tutta la famiglia si spancia alla lettura di queste proposte di regalo, una più incredibile dell’altra, nella loro assoluta inutilità.
“Certo, mamma e papà – sospira Mario – che quest’anno ho imparato una cosa: forse sarebbe meglio che gli uomini e le donne fossero così intelligenti da preferire il dialogo con i loro simili, piuttosto che quello con i regali inutili…”
Tutti: BUON NATALE E FELICE ANNO NUOVO A CHIUNQUE SIA IN COMUNICAZIONE CON NOI

FAVOLA DI NATALE RACCONTATA DA ORNELLA

LA LUCCIOLA

Ad adorare il bambino Gesù nella capanna di Betlemme insieme con gli altri animali accorsero anche gli insetti. per non spaventare il piccolo restarono in gruppo sulla soglia.
Ma Gesù, con un gesto delle rosee manine, li chiamò ed essi si precipitarono,portando i loro doni.
L'ape offrì il suo dolce miele, la farfalla la bellezza dei suoi colori, la formica un chicco di riso, il baco un filo di finissima seta. La vespa, non sapendo che cosa offrire, promise che non avrebbe più punto nessuno, la mosca si offrì di vegliare, senza ronzare, il sonno di Gesù.
Solo un insetto piccolissimo non osò avvicinarsi al bambino, non avendo nulla da offrire
Se ne stette timido sulla porta; eppure avrebbe tanto voluto dirgli il suo amore.
Ma, mentre con il cuore grosso e la testa bassa stava per lasciare la capanna, udì una vocina: " E tu, piccolo insetto, perché non ti avvicini?"
Era Gesù stesso che glielo domandava.
Allora, commosso l'insetto volò fino alla culla e si posò sulla manina del bambino. Era così emozionato per l'attenzione ricevuta, che gli occhi gli si colmarono di lacrime.
Scivolando giù, una di queste, cadde proprio sul piccolo palmo di Gesù. " Grazie", sorrise il bambinello. " Questo é un regalo bellissimo".
In quel momento un raggio di luna, che curiosava dalla finestra, illuminò la lacrima. " Ecco é diventata una goccia di luce!" disse Gesù sorridendo. " da oggi porterai sempre con te questo raggio luminoso. E ti chiamerai lucciola."

NATALE A S. TOMASO

Quanti Natali nella mia vita! Festeggiati sempre con grande attesa.
Sin da piccola la grande attesa per la nascita del bambinello.
Avevo, credo, otto anni quella volta in cui mio zio, che gestiva un bar, chiese ai miei genitori di aiutarlo con i clienti, per il brindisi della vigilia di Natale.
Si decise così che potevo, con mia sorella di due anni più grande, partecipare alla messa della mezzanotte.
Nella Chiesa di S. Tomaso aspettavo con gioia il lieto evento: c’erano il presepe, il parroco che cominciava la sua predica, il profumo d’incenso, la messa cantata ... un’atmosfera da sogno.
Da sogno, e sognavo la tavola imbandita a festa, i tortellini in brodo, l’albero scintillante di luci, mamma e papà, i parenti, i regali … e poi c’era qualcuno che cantava ... un bel canto d’alleluja!
Una musica celestiale e incantevole.
L’alleluja sempre più forte mi trasportava verso il cielo; cantavo anch’ io e mi svegliai.
Mia sorella mi stringeva la mano forte, la messa bella era finita e non avevo visto e sentito nulla.
Ero contenta lo stesso; profumate d’incenso c’incamminammo verso il bar dove ad attenderci c’erano mamma e papà.

Poi a casa, e tutti a letto aspettando il domani.

di Francesca

PRANSO DE NADAL

di Marisa Venturi
Nadal 2008


Me son domandà che gusto ghe cato
Ogni ano che passa la stessa funsiòn
Na tola e ‘n parécio da giorno de nosse
Na capola e ‘n ramo de còcole rosse.

I è vinti i parenti che speto a Nadal
L’è belo catarse se slonga la tòla
Bicieri se basa, tovaja de bisso
Che intorno a l’orìn i g’à tacà el pisso.

Un brodo de pito coi oci ben onti
Che nina i tortei e li tien in calor
Pearà ben pepàda e ‘n piato de lesso
Profuma la tòla e mete boresso.

Co ‘n goto de vin te resenti la gola
Col netare rosso de ùa molinara
Pearà col miol, de pan de roseta
La sponsa nel piato, le lì che l’aspeta.

Te poci con calma el to codeghin
T’el giri, t’el cuersi, el sgossola fora
Te ciapi el cortel te taj con rispeto
El toco fumante de punta de peto.

T’el gusti t’el passi intorno a la lengua
T’el màseni ben, t’el scolti con garbo
L’è vera… la coga no la contà bale
L’è ‘n toco pregiato, brasòla reale.

Se cambia servissio, ghe toca l’arosto
Se magna con calma che ancò l’è Nadal
El rosto, col pocio ben denso de late
El zuga a ciapàrse co’n po’ de patate.

L’è l’ora del grana, na ponta, na scaja
I dise che ‘l serva a passar i çento
I è bale dei veci … Se fusse po’ vera
de grana i se magna na rua bela intiera.

L’è l’ora de verzar e tajar el pandoro
La solita storia:qual elo el più bon?
La crema dolsèta fata col mascarpon
al grande mistero ghe dà solussion.

E intanto sul fogo borbotta e profuma
la moka che ride, che canta “aleluja”
Par darghe ‘n scorlòn, un bel colpo seco
E svapora i fumi de tuto el prosecco.

Intanto se varda sa gh’è nel canton
Na mota de roba, sacheti e pacheti
Su l’albaro pien de adobi slusenti
pacheti par tuti. I va casa contenti.

Adeso butei me son proprio ingossà
‘N cicheto, me serve a finir sta manfrina
Na graspetta col mugo, du dei, par gradir
el Nadal anca st’ano emo fato finir.




Bon Nadal a tuti

IL NATALE DI IERI

Aiuto, c'è un'invasione di Babbi Natale,
che arrancano per raggiungere una finestra,
aggrappati alla balaustra di un balcone,
o a scale illuminate da frenetiche luci intermittenti,
appesi in posizioni dinoccolate, dondolando come impiccati,
o abbarbicati sui muri in scalate libere.
Aiuto salvatemi, ridatemi l'intima quiete
le trepidanti attese,
le atmosfere perdute
Com'era bello pensare che Babbo Natale arrivasse nella notte alla guida
della sua slitta
per deporre quei pacchetti sotto l'albero: piccole cose, una sciarpa,
un paio di guanti ...
S.Lucia aveva già portato i veri doni: i giocattoli,
quei pacchetti colorati rinnovavano un gioco
ed un'attesa di festa.
Non c'erano tutti quei fantocci a confondere le idee dei bambini!
L'atmosfera natalizia era dentro e intorno a noi,
nel preparare l'albero, nel deporre il bambinello nella mangiatoia
la mattina di Natale appena svegli.
Nell'attesa che il papà scoprisse la letterina nascosta sotto il piatto.

Quando si volge lo sguardo indietro nel tempo, tutto ha una luce magica,
forse l'incanto sta nella meraviglia, nello stupore di occhi infantili
e quei ricordi cosi intensi di cose semplici
rimangono vivi in noi
rinnovando ad ogni Natale la nostalgia di quel tempo bambino,
di quel tempo pieno di promesse .

Quando il futuro era ancora tutto da scrivere.


di Luisa

NATALE ALLA MODA

Eh, signora mia, allora sì che il Natale era Natale!
Prenda quello del 1975: non c’era la neve, è vero, ma faceva freddo, eccome e poi c’era la nebbia, quella vera, quella orgogliosa e gagliarda delle Basse. Eh, sì, perché io sono delle Basse, non glielo avevo ancora detto? Basta sentire il mio accento e quella zeta mal camuffata che si fa strada di tanto in tanto fra le esse…
Ma torniamo al 1975. All’epoca ero in servizio civile, al don Calabria di via Roveggia, sì, ha presente dove adesso c’è una spianata? Proprio là. Ed ero fidanzato con una ragazza di Montorio, quella che poi divenne la mia prima moglie. Come dice? Non sapeva che mi fossi risposato? Ma certo che no! Intendevo dire la mia prima ed unica moglie, finora almeno.
Era impensabile che mia suocera, donna rigida e ligia alle tradizioni, mi permettesse di dormire a casa sua e dopo la messa di mezzanotte non c’erano più autobus in circolazione. La cinquecento celestina era rimasta a Cerea, a disposizione dei miei fratelli. Perché deve sapere che io avevo molti fratelli con poche auto. Avevo, così, deciso di andare a messa a Cerea, senza rinunciare a vedere la mia ragazza. Rimasi a Montorio fino all’ultimo, poi corsi a prendere l’8, scesi al capolinea in piazza Cittadella, ricorsi in via Ghiaia a prendere il cinque che mi portò in stazione. L’ultimo treno per Rovigo partiva alle 22 e 40 e in un’ora mi scaricò alla stazione di Cerea.
Appena in tempo per andare alla messa di mezzanotte con la speranza di trovare un posto a sedere.
Infatti i fedeli stavano affluendo a frotte e di li a poco cominciarono ad arrivare anche i numerosi spettatori, sì, insomma, quelli che, almeno a Natale e Pasqua…
Deve sapere, signora mia, che allora ero molto intransigente in fatto di religione, quasi intollerante. Diciamo un talebano cristiano e mi davano fastidio quelli che erano religiosi solo per l’apparenza.
Era un fastidio quasi fisico. E non ero talebano solo per la religione, lo ero un po’ in tutto. S’immagini il mio stato d’animo trovandomi intruppato tra centinaia di fedeli occasionali e, per giunta, dietro ad una fila di donne impellicciate, in piedi perché arrivate dopo l’ultimo minuto.
Ma che se ne stessero a casa loro, invece di venire a disturbare! E poi quel Don Dario con la sua predica infinita a squarciagola che se la prendeva con i bestemmiatori! Che facesse una bella predica contro quelle che facevano strage di animaletti e venivano a mostrarsi al mondo proprio davanti alla capanna del poveretto di Nazareth. Questo sì che era lo scandalo vero, altroché le bestemmie…
All’improvviso mi accorsi che il mio non era proprio un atteggiamento da cristiano. Eh, signora mia, purtroppo mi capita ancora adesso di cadere nello stesso errore. Si sa, la vecchiaia non aiuta a migliorare i difetti.
Riflettei che, in fondo, anche i pastori erano coperti di pelli animali, che Gesù era nato per tutti, che almeno la notte di Natale bisognava essere più buoni. E poi, diamine, una vecchia signora, anche se impellicciata era sempre una vecchia signora e non era cortese da parte mia lasciarla in piedi, mentre io, giovane e baldo, me ne stavo seduto comodamente.
Mi alzai e allungai la mano per batterla delicatamente sulla spalla dell’anziana signora ed offrirle il mio posto. Non feci in tempo a completare il gesto perché l’anziana signora si girò da sola. Accidenti! Avrà avuto, sì e no, la mia età. E un viso niente male, direi. Con la mano a mezz’asta feci un ampio gesto e, aprendo le dita a mo’ di pettine mi riassettai i capelli.
M’era andata decisamente bene: avevo evitato la figuraccia e mi ero tenuto il posto a sedere.
Pace a lei e Buon Natale, giovane vecchia signora impellicciata.

di Bepo Merlin Natale 2008

NATALE 1962

Cammino nella neve e ascolto lo scricchiolio sottile che accompagna il mio passo.
Tutto è silenzio e il torrente è coperto di ghiaccio, c’è solo un flebile respiro dell’acqua che di tanto in tanto ritrova vitalità tra le due ali di gelo che la opprime.
Ascolto il silenzio …
Non è un comune silenzio che avvolge l’ambiente.
E’ proprio quello di quando nevica; si dice che allora stuoli d’angeli battano le ali e regalino alla natura il loro inafferrabile soffio.
Nell’aria fredda le soffici falie di neve scendono. Non c’è anima viva intorno; gli alberi hanno le fronde pesanti e curve verso terra e piccoli cumuli si staccano e precipitano sfiorandomi.
Nel sentiero vergine, non vedo un’impronta ed è con un sottile dispiacere che lascio le mie orme, leggere più che posso, quasi come piume.
L’incanto mi avvolge, mi sento leggera , un folletto, uno spirito felice in questo bosco, che mi si stringe addosso, ed io voglio arrendermi al suo respiro. Sospesa nel sogno vorrei rimanere così a lungo … ma un fruscio mi distoglie, un’improvvisa folata di vento con forza scuote gli alberi ed io mi desto.
Penso che tra breve sarà Natale, un magico Natale. E il ricordo vola veloce e recupera immagini dei tanti Natali tristi della bambina orfana senza pace, e della donna e figlia infelice.
In ognuno di quei Natali tristi, le luci s’accendevano per gli altri, ma non per me . Unica eccezione il Natale del 1962.
Ero bambina e fu il primo Natale dopo il mio ritorno a casa … ed anche l’ultimo perché poi il papà mi lasciò per sempre.
Quell’anno eravamo tutti insieme alla messa di mezzanotte.
Io tra la mamma ed il papà.
Io, finalmente accolta a casa.
Quella Notte Santa mentre in chiesa io pregavo felice, la neve scendeva lieve, senza far rumore, coprendo ogni cosa ed illuminando di riflessi d’argento la notte.
Magica quella notte, quei sorrisi, quegli abbracci e scambi d’auguri, sempre stretta tra mamma e papà! I fiocchi di neve scendevano ancora instancabili, danzando adagio; le campane suonavano a festa e i bambini già si tirano felici le prime palle di neve.
Non più in collegio e questo era ciò che contava.
Che bello il Natale del 1962! Tuttavia ancora un sottile filo di tristezza adombra la gioia per l’arrivo di questa festa se penso a chi, come me, viene derubato di un’infanzia lieta.
di Maristella

IL CAPPONE DI NATALE

A casa mia era usanza che per il pranzo di Natale ci fossero i tortellini in brodo fatti in casa, il lesso di manzo, il cappone con la “pearà” e la mostarda mantovana.
Il cappone veniva preparato fin da settembre: infatti veniva a casa nostra l'Angela che era una nostra vicina di casa esperta nel trasformare i polli in capponi con un'operazione chirurgica. Poi, la mia mamma, per tre mesi lo nutriva affinché fosse pronto per essere mangiato bello grosso a Natale.
Quell'anno, era il 1949, il cappone venne ucciso qualche giorno prima di Natale, spellato, e poi con le zampe chiuse dentro ad un cassetto del banco di lavoro da falegname, fu messo a frollare con la testa in giù, affinché tutto il sangue potesse affluire ed ingrossare il collo.
Il mio papà preferiva proprio questa parte: Il collo del cappone.
Successe però che alla vigilia di Natale, di notte, entrarono dalla finestra del laboratorio dei gatti, che rubarono e mangiarono il cappone. I miei fratelli che avevano la stanza da letto sopra, sentirono i gatti che facevano rumori strani, ma pensarono che fossero in amore.
Alla mattina furono trovati soltanto dei poveri resti in cortile; questa fu una vera tragedia !
La mia mamma era disperata perché allora non era come adesso che si può sostituire andando in macelleria a comprarne un altro. Non c'erano soldi, erano gli anni del dopoguerra e noi eravamo poveri; si aspettava un anno intero per poter mangiare il cappone.
Se poi mio padre si fosse accorto dell'accaduto, si sarebbe arrabbiato moltissimo, avrebbe anche bestemmiato come un turco. Allora la mamma cercò di rimediare come poteva; uccise in tutta fretta una gallinella, la lessò e diede il collo a mio padre pregando Gesù affinché papà non si accorgesse della sostituzione. Gesù ascoltò le sue preghiere e tutto filò liscio anche se il collo era evidentemente piuttosto piccolo.
Il giorno dopo era S. Stefano e mio papà si recò dal barbiere che era nostro amico e questi, essendo già stato messo al corrente dai miei fratelli di cosa fosse accaduto il giorno prima, chiese a mio padre cosa avesse mangiato il giorno di Natale. Mio padre con orgoglio fece l'elenco dei cibi mangiati e naturalmente nominò il piatto forte ; il cappone.
Il barbiere ed il suo aiutante si misero a sghignazzare e a fare il verso dei gatti :” Miaoooo ... Miaooo ...” Il papà non capiva perché i barbieri ridessero e facessero il verso dei gatti, quindi, piuttosto accigliato rispose che non aveva mangiato gatto, ma cappone. Ma loro continuarono a fare” Miaooo, miaooo”.
Quando il papà tornò a casa per pranzo ci raccontò piuttosto seccato questo episodio dei due barbieri che miagolavano ed allora anche noi fratelli e la mamma ci mettemmo a ridere tutti come matti e così raccontammo la verità.
Al papà non rimase altro che ridere assieme a noi.

Lucia Franzini (dic.2008 )

AMICHE DI PENNA e giovani AMICI




Vladimir Majakovskij

Dopo i prelevamenti

E' risaputo:
tra me
e Dio
ci sono numerosissimi dissensi.
Io andavo mezzo nudo,
andavo scalzo,
e lui invece portava
una tonaca ingemmata.
Alla sua vista
mi riusciva appena
trattenere lo sdegno.
Fremevo.
Ora invece Dio è quello che dev'essere.
Dio è diventato molto più alla mano.
Guarda da una cornice di legno.
La tonaca di tela.
Compagno Dio,
mettiamoci una pietra sopra!
Vedete,
perfino l'atteggiamento verso di voi è un po' cambiato.
Vi chiamo "compagno",
mentre prima
"signore"
(Anche voi ora avete un "compagno".)
Se non altro,
adesso
avete un'aria un po' più da cristiano.
Bene,
venite qualche volta a trovarmi.
Degnatevi di scendere
dalle vostre lontananze stellate.
Da noi l'industria è disorganizzata,
i trasporti anche.
E voi,
dicono,
vi occupavate di miracoli.
Prego,
scendete,
lavorate um po' con noi.
E per non lasciare gli angeli con le mani in mano,
stampate
in mezzo alle stelle,
ché si ficchi negli occhi e nelle orecchie:
chi non lavora non mangia.
(1922)

Da Corinna

22 dic 2008

IL SENSO DI COLPA. MALATTIA FEMMINILE?

E’ solo il rimorso a conficcarsi negli arti come il colpo della strega? Anche la paura ha gli artigli e ti paralizza fino ad immobilizzarti … anche l’indecisione può avere l’effetto di farti sentire fragile ed inerme …
Il peggiore è però il senso di colpa. Assomiglia al rimorso ma è qualcosa di più completo e permanente, che non ti abbandona mai, sempre latente; uno schiacciamento tra quarta e quinta vertebra che ti procura la dolorosa lombosciatalgia dell’anima, dolorino perenne per il quale non bastano i massaggi, le radar terapie e le iniezioni di Voltaren; può alleviarsi ma non scomparire mai.
Ti accompagna costantemente, piegando ogni tanto e improvvisamente la tua anima, come il colpo della strega piega i lombi.
Ero convinta di detenere l’esclusiva di un simile malanno. In realtà, confrontandomi con altre donne, ho scoperto che è una malattia degenerativa di genere; ci spetta di diritto come fare figli.
Il senso di colpa viene da lontano e si trasmette essenzialmente da donna a donna, da madre a figlia.
Qualche uomo ne può essere contagiato (se è particolarmente immunodepresso) ma solo in maniera lieve e transitoria.
Mi dicono che per le giovani ora abbiano trovato un vaccino … come per il papilloma virus. Chissà, speriamo!

Marisa

Auguri Buon Natale

LAVORO COME IDENTITA’

di Marisa

Pensare che avrei dovuto fare la ragioniera. Mia madre era convinta che il diploma di ragioniera si potesse spendere bene sul mercato del lavoro.
Io, abbandonata l’idea di fare la ballerina o di girare il mondo come hostess, avrei voluto andare al Conservatorio a imparare pianoforte o all’Accademia per un percorso artistico nella pittura o nella sceneggiatura. La risposta di mamma era: “Cavolate, perditempo, non fanno per te; meglio la ragioniera e poi vai a fare la segretaria e ti comperi la macchina”. Questo era il più realistico programma che mia madre aveva impostato per me.
In realtà, durante la prima estate di lavoro in ufficio, credo di aver combinato un gran casino con l’inventario di magazzino, anche perché dovevo contare pezzi come bulloni, dadi, rotelle e aste metalliche per una fabbrichetta di carrelli per tivù, occupazione troppo noiosa per una diciasettenne che sognava una carriera artistica.
Delusa la madre per l’abbandono della carriera di ragioniera (il papà era morto che avevo dodici anni), su suggerimento di zia Lina passai alle magistrali e la frustrazione di una estate tra i bulloni passò immediatamente.
Quando si dice la predisposizione …! Infatti mi dedicai, da subito con ottimi risultati, allo studio della pedagogia, della filosofia, delle materie letterarie.
Papà prima di morire mi chiamava “La maestrina dalla penna rossa” come nel libro Cuore, allora in voga. Previsione straordinaria ? Obiettivo? Chissà …
Il tirocinio, d’obbligo per una carriera da insegnante, lo feci su tre ordini di scuola: all’asilo nido (allora struttura arcaica, viziata dalla prevalenza dell’assistenza a casi umani), nella scuola dell’infanzia, ai tempi chiamata scuola materna o più banalmente asilo, e nella scuola speciale per l’handicap, che ora si chiama scuola di avviamento al lavoro.
Queste esperienze assai robuste, unite ai mesi di colonia estiva per raggranellare punteggio per le graduatorie pubbliche, e a una forte motivazione personale hanno contribuito sicuramente a darmi una identità ben accentuata, pratica e razionale.
Ai bambini era ed è necessario dare risposte veloci, coerenti; è importante l’uso dell’empatia, la capacità di relazionare positivamente … insomma, tenendo conto che ero anche una creativa, seppur mancata, ero la persona adatta nel posto adatto: la scuola dell’infanzia, scuola meravigliosa che mi ha restituito tutto quello che ho dato in energia ed impegno.
La scuola ha certo contribuito a darmi una forte identità se marito e figlio ancora oggi, quando bisticciamo, mi chiudono la bocca con “Smettila di fare la maestra!”.
Beh, quei due devono aver avuto delle pessime esperienze scolastiche e dei cattivi maestri, questo è certo!

21 dic 2008

COMPITO DI CASA - INTERPRETAZIONE DELLA POESIA DI HANS ENZENSBERGER

PREGHIERA

Un CORAGGIO più grande del mare
e tu non lo percepisci MA CE L’HAI DENTRO
Un CORAGGIO nel quale navighi
e non te ne accorgi ESSO E’ GUSCIO E VELA
Un CORAGGIO che rumoreggia nel tuo cuore
e tu non lo senti MA E’ LI’ CHE SPINGE
Un CORAGGIO in cui te ne stai immersa
e tu non ti bagni... TI SEMBRA MA NE SEI INTRISA
Un CORAGGIO da cui bevi
e tu non ne sei riconoscente PERCHE’ E’ PARTE DI TE
E NON LO DEVI A NESSUNO
Un CORAGGIO che ti aiuta a vivere
finché tu non lo seppellisci.


Marisa

AUGURI A TUTTE!


















BUON NATALE 2008
Corinna

LETTURE DI NATALE 2008










LE ALTRE FOTO LE MANDO IN POSTA ELETTRONICA ANCHE SE LA CANON MI HA FATTO STORIE CON LA BATTERIA E NON HO POTUTO FARLA A TUTTE
Un abbraccio natalizio a tutte Marisa

FOTO ARCINATALE










20 dic 2008

UN AMORE DI MAMMA

Un AMORE più grande del mare
e tu non lo percepisci
UN AMORE nel quale navighi
e non te ne accorgi
un AMORE che rumoreggia nel tuo cuore
e tu non lo senti
un AMORE in cui te ne stai immersa
e tu non ti bagni
un AMORE da cui bevi
e tu non ne sei riconoscente
un AMORE che ti aiuta a vivere
finchè tu non lo seppellisci.
Adriana

IL TEMPO SCORRE

IL MATTINO del RISVEGLIO, ti senti pronta ad
affrontare una nuova vita;
IL GIORNO del TRAMONTO: tutto
ti sembra perduto;
LA SERA dell'ARRIVO: la tua meta
sembra raggiunta;
LA NOTTE del LETARGO: ti senti circondata
da indifferenza e qualunquismo;
LA SETTIMANA BIANCA: tutti sembran
freddi e assenti;
IL MESE di MAGGIO: le rose non
hanno solo le spine;
L'ANNO del SOGNO: amicizia, amore,
gioia e solidarietà ti sorreggono;
IL SECOLO della PACE: lo stiamo
aspettando;
E PRIMA E DOPO i momenti di gioia/dolore,
amore/odio, guerra/pace,passione/sofferenza,
ottimismo/pessimismo sempre presenti.
Adriana

19 dic 2008


RICORDO DEL MOMENTO PREGNANTE


Pensavo, logicamente, che diventare nonna fosse bello, importante, divertente. Alla luce di una nuova maturità con le responsabilità della crescita della bambina delegate ai genitori, mi sentivo davvero entusiasta, iniziavo un’avventura così normale e al contempo così eccezionale.
Invece era un sogno troppo modesto, diventare nonna è molto di più. E’ un sentimento che cresce giorno dopo giorno, che non finisce di stupirmi e mi regala leggerezza.
Diventare nonna è stato per me un ”momento pregnante”, da allora infatti mi sento migliore.
(Chissà com’ero prima …)



INTERPRETAZIONE PERSONALE DELLA POESIA DI HANS ENZENSBERGER


Il mare è vero è troppo vasto, non lo contemplo tutto,
mi accontento infatti solo di un piccolo pezzetto.
Io nuoto e nuotando ne assaporo ogni bracciata,
non smetto di contemplarlo perché
amo il mare, le sue trasparenze e le sue profondità.
La musica del mare, insieme al vento, è una di quelle che preferisco,
placa le mie ansie quando martella piacevolmente nel mio petto.
Io mi immergo nell’acqua e la sento come carezza sul mio corpo,
assaporo ogni sua piccola onda.
Se la bevo sento il suo sapore nauseante eppure amato.
Più che essere sepolta sotto terra
vorrei che il mare accogliesse le mie ceneri.


Mi rendo conto di aver solo sovvertito la poesia parlando dei miei reali sentimenti nei confronti del mare, infatti questo è il mio mare. La poesia è, in senso generale, affascinante perché apre il pensiero a svariate interpretazioni, mi sembra chiaro che il poeta in questo caso, ha una visione molto pessimistica della vita, tutto passa e scorre senza essere, percepito, riconosciuto, amato.
Nei momenti in cui ci si scontra con il dolore non si è in grado di provare nessun altro sentimento,
lui ci ruba tutte le energie e le bellezze che ci circondano non esistono più.



P.S. Se ho sbagliato lo svolgimento del compito, spero nel secondo quadrimestre di poter rimediare.

Betty

17 dic 2008

LETTERA DI NATALE

ARRIVA IL NATALE
Cammino nella neve e ascolto lo scricchiolio sottile che accompagna il mio passo. Tutto è silenzio e il torrente è coperto di ghiaccio, c’è solo un flebile respiro dell’acqua che di tanto in tanto ritrova vitalità tra le due ali di gelo che la opprime.
Ascolto il silenzio … avvolge l’ambiente ed è proprio quello di quando nevica; allora si dice che stuoli d’angeli battano le ali e regalino alla natura il loro inafferrabile soffio. L’aria è fredda e le soffici falde di neve scendono. Non c’è anima viva intorno, gli alberi hanno le fronde pesanti e curve verso la terra e piccoli cumuli si staccano e precipitano sfiorandomi. Il bosco è bianco, un bianco abbagliante, totale ed il sentiero è vergine, non vedo un’impronta d’uomo o di animale davanti e intorno ed è con un sottile dispiacere che lascio le mie, leggere più che posso, quasi come piume.
L’incanto mi avvolge, mi sento leggera , un folletto, uno spirito felice in questo bosco, nel suo elemento che mi si stringe addosso, mi seduce ed io voglio arrendermi al suo respiro. Sospesa nel sogno vorrei rimanere così a lungo … ma un fruscio fulmineo mi distoglie, un’improvvisa folata di vento scuote gli alberi che mormorano ed io mi desto. Penso che tra breve sarà Natale, un magico Natale e lo sarà per te, per me, per i nostri cuccioli grandi e piccoli e per tutto il mondo. Che gioia ricordare che sarà ancora … “Natale con te” e ancora si fa grande l’emozione e la magia per questo nostro giorno.
Assieme alle luci dell’albero e del presepe una nuova luce illuminerà il mio cuore e non posso e non voglio non sentire l’intima voce dell’anima che mi ricorda che ancora e sempre di più tu sei per me l’insostituibile compagno del mio viaggio .
Tu ed io come pastori in cammino per ritrovare il Bambino Gesù, disposti a dargli posto nella nostra anima affinché possiamo ritrovare la nostra grande gioia e divenire per noi e per i nostri figli e non solo, messaggeri di un annuncio nuovo, straordinario che amare ed amarsi tutta la vita si può ed è appagante e splendido riuscirci. E’una sfida che con te io voglio vincere.
E il ricordo vola veloce e recupera immagini dei tanti Natali tristi della bambina orfana senza pace, e della donna, mamma e figlia infelice. Dispersa nei dolori della vita con una fragile speranza nel cuore che prima o poi, umile pastorella alla ricerca di un amore, io ti avrei incontrato.
In ognuno di quei Natali tristi, le luci s’accendevano per gli altri, ma non per me che negli occhi stringevo le lacrime mentre la nostalgia gonfiava il cuore.
Unica eccezione quello del 1962, ero bambina e fu il primo dopo il mio ritorno a casa ed anche l’ultimo perché tu papà mi lasciasti per sempre ed io avevo ancora tutto e tanto da dirti e domandarti.
Quell’anno eravamo tutti insieme alla messa di mezzanotte, finalmente con tutta la mia famiglia, tra la mamma ed il papà, io come Gesù Bambino venivo finalmente accolta a casa.
Quella Notte Santa mentre in chiesa io pregavo per dire “Grazie Signore … grazie perché alla fine sono davvero e per sempre ritornata qui a casa mia”, la neve scendeva lieve, lieve, senza far rumore coprì ogni cosa ed illuminò di riflessi d’oro e d’argento la notte. Fu una sorpresa meravigliosa sostare fuori della chiesa per un tempo indefinito ad ammirare quel paesaggio stravolto. Magica quella notte, quei sorrisi, quegli abbracci e scambi d’auguri, sempre stretta tra mamma e papà ad ammirare una coltre bianca, immacolata. Le falde di neve scendevano ancora copiose, instancabili danzando adagio su tutti noi felici ed attoniti e le campane suonavano a festa e riempivano la magica notte delle dolci note del Natale mentre i più piccoli, già si tirano le prime palle di neve.
Non più in collegio e mai più vagabonda tra l’indifferenza del mondo, ma a casa mia … casa umile … casa povera e fredda … quasi una capanna, ma stretta in un caldo abbraccio tra mamma e papà e questo è ciò che conta.
Da quel natale in poi non sono stata mai più infelice, ma nasce ancora un sottile filo di tristezza che adombra la gioia per l’arrivo di questa festa se penso a chi come me vive, viene derubato di un’infanzia lieta.
Mi sento un po’ malinconica, ma felice perché tu, mio caro amore mi sei accanto e non importa se ancora nuvole e tormenti affliggono i nostri giorni a me basta essere con te affinché insieme si possa andare oltre ogni gioia ed ogni dolore, oltre le nubi mentre stringo forte la tua mano e insieme guardiamo al sole.
Buon Natale allora a te, ai nostri tesori piccoli e grandi, ma buon Natale anche a tutto il mondo e che sia per tutti una festa di serenità e di pace.
Maristella

IL MOMENTO PREGNANTE

E’ stato un attimo, il primo attimo di sguardi tra noi.
Indimenticabile ed intenso; come può essere?
Avevi solo poche ore bimba mia, non avevo ancora potuto guardarti,
la notte era trascorsa insonne nell'eccitazione dell’attesa, dell’attimo in cui
ti avrei tenuta tra le braccia, in cui avrei scoperto con dita leggerela piega degli occhi, avrei sfiorato con le labbra le tue labbra per
saggiarne la morbidezza, annusato la piega del collo per ricordare
per sempre quell’ odore.
Era trascorsa nell’ attesa dell’attimo in cui i tuoi occhi
si sarebbero aperti sui miei ed avrei conosciuto il tuo sguardo
intenso, unico, il tuo sguardo che ancora si incatena al mio in certi attimi.
Che ancora mi inquieta ed affascina, in quegli attimi tra noi, pieni
di domande e di mute risposte.


Luisa

14 dic 2008
















"Lei sta all'orizzonte.
Mi avvicino due passi, lei si allontana due passi.
Cammino dieci passi e l'orizzonte si allontana dieci passi più in là.
Per molto che io cammini mai la raggiungerò.
A che serve l'utopia?
A questo serve: a camminare!".

E. Galeano, giornalista e scrittore Uruguaiano che lotta per i diritti dell'America Latina, terra che lui considera condannata all'amnesia.





PAROLE MAGICHE: FIGLIA

Hai occhi che a volte paiono di ghiaccio, eppure li amo appassionatamente.
Capita anche che le tue parole siano solo quelle necessarie, amo appassionatamente quelle parole solo necessarie e non te ne chiedo una in più.
Hai risate che riescono a travolgermi, come potrei non amarle appassionatamente?
In alcuni momenti le tue lontananze s’impongono come distacchi, neppure ci penso ad avvicinarmi, perché amo appassionatamente anche le tue lontananze.
Io aspetto il tuo cuore che poi mi corre sempre incontro.


Giornate lavorative


Nei periodi in cui lavoravo di tutto mi occupavo.
La mia famiglia era così tradizionale che mi sembrava regolare.
Dallo stiro alla cucina e poi la spesa e dal dottore,
ma soprattutto seguire la figlia con amore.
Poi di corsa al lavoro dove mai mi son risparmiata
e più di qualche camicia l’ho sudata.
E così nel combinar le molte attività io ci ho provato,
non sempre mi è riuscito bene
e più d'una son state le pene.
Ora sfoglio un'altra pagina della mia vita,
ma di correr non è ancora finita.



Betty

SOPRUSI SUL LAVORO E NON SOLO

Da adolescente, durante la pausa-studi estiva, lavoravo.
Ed è stato durante una delle mie prime eperienze lavorative che incappai in una persona "malata" e assatanata che a distanza di anni è rimasta con amarezza indelebile nella mia memoria.
Era l'ora del pranzo, il vecchiardo imbastì la seguente messinscena:
"Sto male e desidererei che Adriana mi servisse una camomilla in stanza". Era chiaro che volesse me ed io che avevo già intuito che fosse una persona viscida tentai di rifiutare. Quello insistette nella sua richiesta.
Bussai, felice di aver raggiunto il suo scopo lui mi invitò ad entrare serrando repentinamente l'uscio dietro di me. Fui presa dal panico ma forte della mia giovinezza ed energia gli diedi uno spintone e me ne filai via di corsa...Fu solo un tentativo ma non bastò odiarlo e maltrattarlo per il resto delle sue vacanze...è stata una violenza psicologica che non scorderò più.
Altri episodi di sopruso e sopraffazione mi hanno creato qualche problema di fiducia e relazione con le persone del cosidetto sesso "forte" in passato...e credo che noi donne dobbiamo davvero batterci per ottenere il rispetto sempre.
Adriana

Soprusi

Una donna è un soggetto e bisogna ricordarlo ai maschi e alle femmine.
In questo periodo si insinuano violenze diverse, arcaiche che tornano a funzionare e che sono definite in modo improprio.
Sono le violenze familiari di chi uccide la moglie e i bambini o solo la moglie, la ex-moglie, la ex-fidanzata.
In queste situazioni, se l'assassino è anche suicida si parla di depressione, di raptus e di desiderio di proteggere i figli, mentre dovremmo avere chiaro che sono atti compiuti in modo progressivo che raccontano la sensazione malata di poter disporre della vita degli altri, spesso con un copione costruito a lungo per punire e sopraffare.
Deve essere chiaro che il corpo e la vita di ogni persona sono inviolabili e dobbiamo batterci per questo, sempre.
di Roberta Giommi
Tratto da" Salute" 11/12/2008

CITAZIONE DEL GIORNO DOPO

"produrre con la penna e col pennello è per me il vino, la cui ebbrezza scalda e fa bella la vita tanto da poterla sopportare" Herman Hesse

Un abbraccio e un grazie da Corinna

GRANDE INAUGURAZIONE PRISMA DONNA

Care amiche l'inaugurazione della mostra di Mail Art è andata benissimo. Siete state tutte meravigliose. L'esposizione delle opere è molto suggestiva. E' proprio vero che in gruppo si riescono a realizzare progetti che all'inizio sembravano difficili. Grazie! Annamaria
P.S. Volevo ringraziare particolarmente Giovanna che per prima ha creduto e si è spesa per questo progetto.
Aggiungo le prime foto della manifestazione:




























Ci sarò

Ci sarò Sabato prossimo per le letture di Natale. A lunedì Mary

FUGGIRE, MA DOVE?

12 dic 2008

da grande...

I miei progetti di vita hanno subito delle varianti negli anni.
Quando ero alla scuola elementare ero stata colpita dall'uniforme della crocerossina che alla cerimonia del 4 novembre offriva dei distintivi in cambio di un'offerta. Mio papà me ne regalò uno ed io diventai nella mia immaginazione una crocerossina nella sua bella uniforme. Poi la mia ambizione aumentò e decisi di diventare medico e guarire tanti malati: avevo letto qualcosa sul Dottor Schweitzer che aveva fondato in Africa un ospedale e aveva vinto un premio Nobel.
Durante la scuola media scoprii di essere brava in italiano ed allora immaginai di diventare giornalista e di girare il mondo come inviata speciale. Scoprii anche che mi piacevano le lingue così mi iscrissi ad un liceo linguistico e pensai di fare l'interprete.
Infine scelsi di frequentare la facoltà di lingue, mi laureai in francese e.. per uno di quei giochi strani e un pò perfidi del destino e della richiesta dei mercati, mi abilitai e insegnai per lunghi anni inglese.

Aggiungo... vinsi il concorso per insegnare francese!


Anita

Ricordi magici


Ricordo le vacanze dell'infanzia, il piacere di conoscere persone nuove con le quali si acquisiva una famigliarità quotidiana, si condividevano momenti spensierati e felici. Si diventava grandi amici. Poi le vacanze finivano, ci si riprometteva di continuare in città quelle relazioni, ci si scambiava gli indirizzi, i numeri di telefono.
Una volta tornati a casa, qualche volta ci si incontrava, ci si telefonava, ci si scriveva se si abitava in città diverse.. ed infine, dolcemente, senza dolore, quelle amicizie si esaurivano, quasi per forza d'inerzia.
A volte ricordo qualche nome e penso a come sarà stata la loro vita, a quello che avranno fatto, se saranno stati felici; se i desideri, le aspirazioni che avevano manifestato si saranno avverati.
Non c'è però desiderio vero di sapere, è uno sprazzo di memoria che rimane legato al passato e non ha voglia di tornare alla luce.

anita

E' ARRIVATA GIADA

Carissime amiche in punta di penna,

finalmente dopo tre giorni di trepidante attesa è nata la mia nipotina ed ora naturalmente sono diventata NONNA!
Dopo essere stata lavoratrice, mamma, moglie, casalinga, artista, ora ho acquisito un nuovo ruolo: sarà difficile? Vedremo ...
Un saluto a tutte
da Annamaria

il primo lavoro

Studiavo lingue e avevo un papà che per un periodo si è occupato di importazioni quindi partecipava spesso a delle fiere per presentare i prodotti che importava. Un appuntamento fisso era la Fiera di Verona dove tutti gli anni veniva allestito uno stand e assunta una ragazza che doveva conoscere almeno due lingue. Quell'anno, correvano gli ultimi anni sessanta, io mi proposi per fare la standista (mi pare si dicesse o si dica così). Mancava ancora qualche mese ed il mio papà sembrò favorevole ad accettare la mia proposta. Arrivarono i primi di marzo ed io rifeci la mia proposta. Il mio caro genitore cominciò allora a trovare tutti i possibili motivi per dirmi che non era il caso, che dovevo studiare, dovevo fare esami, non dovevo perdere tempo; presi molto male questo atteggiamento ed arrivai a pensare che non si fidasse di me. Allora feci una grande scena con pianti e strepiti seguita da lunghi silenzi sdegnati finchè un giorno mio fratello disse a papà:"Ma insomma se proprio vuole, lasciala provare ormai è abbastanza grande; pagare lei o un'altra è la stessa cosa !" Miracolo! Papà cedette.
Il primo giorno di fiera entrai trionfalmente dal cancello degli operatori e mi sentii finalmente adulta, non solo perchè avrei guadagnato i miei primi soldi ma sarei stata anche in contatto, alla pari, con persone che io vedevo "più grandi e più esperte di me".
Infine la soddisfazione di veder papà cedere le armi!

anita

UN PO' NONNA UN PO' DONNA

Mentre la nipotina dorme, dopo vani tentativi per farle mangiare qualcosa, mi sfogo sull'amato oggetto detto blog.
Non vi scrivo nulla di mio (già una bella cosa), ma un'altra poesia di Maria Luisa Spaziani, poetessa che mi piace particolarmente.
Nel frattempo cerco di esercitarmi in "scritti" che siano più concisi, stringati, asciutti, corretti, diretti, ironici, commoventi, chiari, intimisti, leggeri, romantici ma non sdolcinati, senz'ombra di retorica alcuna... va bene non scrivo più.

Betty


IL SOGNO GIUSTO


Se faccio un sogno, e poi
me ne nascono versi,
quei versi sono il sogno
che sognate con me.

Attenti ad incarnarvi
nel sogno giusto. Nascono
da una pagina scritta, in fitta
mostri, presagi o angeli.


P.S.
Scherzavo, naturalmente scriverò ancora, non ve la cavate così.

TRA MESTIERI DI CASA E LAVORI PROFESSIONALI

Giornata fitta, densa di impegni lavorativi, familiari, di scrittura;mi concedo un breve break per un caffè con un'amica di penna.
Sveglia alle 6.45 come di consueto, dopo una notte di sonni non propriamente tranquilli.
Corro in cucina, preparo il bricco di acqua per l'abituale the mattutino, mi preparo per poi destare con qualche bacio il mio ometto; nel frattempo Ivano ha percepito che è l'ora fatidica ed eccolo mettere piede in bagno.
Proseguo il menage quotidiano sfamando Brillo e Luna, i due simpatici pesciolini rossi che guizzano felici in superficie.
Mario non ha ancora preso la decisione (e non essendo vacanza forse mai la prenderebbe) di fuoriuscire dal piumone; è un pigrone e ama il contatto con me, oltre la comodità di farsi vestire. Dopo averlo pregato innumerevoli volte di arrangiarsi, so che dovrò agire con "fermezza" aiutandolo io. Approfitto per rifare i letti.
I minuti sono contati, sorseggio la mia tazza di the ed esco: qui inizia la mia giornata.
DRIIIN...DRIIIN...Arrivo a scuola accolta dalla prima campanella che mi fa trasalire e brontolare tra di me:"Oddio di già..."
Mi precipito a pigliare i registri ed eccomi sull'ingresso pronta al secondo squillo a recuperare gli alunni della prima ora.
Così tra una lezione più o meno appassionante, una classe e l'altra dove tento di dare il meglio di me stessa, il tempo vola e arrivo al termine della mia giornata lavorativa il più delle volte gratificata ed entusiasta ma sfinita.
Per qualche ora, al mio rientro sento il bisogno di silenzio assoluto e riposo.
Ma ecco approssimarsi le sedici: Mario esce da scuola.Finiscono gli istanti di calma e riflessione, ora devo fare la mamma.
Rimando ancora una volta le ingrate faccende domestiche...Devo comunque barcamenarmi in cucina per imbastire qualcosa di commestibile per la cena, sperando di soddisfare le esigenti mandibole maschili...
Si è fatto tardi, quando posso lascio l'incombenza del dopo-cena al marito e convinco Mario a prepararsi per la notte.
Adagiati uno accanto all'altro leggiamo le storie della buonanotte.
Adriana

11 dic 2008

CUPIDO AL LAVORO

Difficile invocare Cupido in un ambiente di sole donne, monotono e fedele in quanto a storie d’amore e di sesso!
Difficile anche per la natura stessa della professione, la cura di bambini piccoli.
La scuola dell’infanzia è un luogo magico, fatto di allegrie, di feste, di celebrazioni, di incanti ma anche di cose semplici, sussurrate, vissute e raccontate, di coccole affettuose, di cura e di attenzioni … ma tutto dirottato sui protagonisti della scuola: i bambini e le bambine.
Certo, qualche babbo particolarmente affascinante c’è stato nella mia lunga carriera, ma non mi sarei mai sognata di cercare amorazzi sul posto di lavoro, pena la contaminazione del rapporto con le famiglie e di conseguenza con i bambini.
Non era, la mia, sublimazione della correttezza; o meglio, non era virtuosismo personale ma uno stile generalizzato. Nessuna insegnante di quelle che ho conosciuto e a me più vicine per indirizzo intellettuale, si sarebbe mai prestata a cadere nella trappola di Cupido sul lavoro, pena la gogna.
L’insegnante di scuola dell’infanzia è idealizzata dal sentire comune. I genitori che accompagnano a scuola i bambini si affidano a noi, ci fanno delega e condividono percorsi educativi talvolta anche complessi. Arrivano frettolosi, magari in ritardo, trafelati. Si preoccupano dell’accoglienza, del distacco, dell’inappetenza, degli umori del bambino …
Dell’insegnante si preoccupano in riferimento a ciò che sa e che può dare ai loro figli, e non certo per costruire complesse o effimere storie di amore o di sesso.
Così è stato per me e per tante.

Marisa

10 dic 2008

VOLEVO FARE LA BALLERINA

Talvolta, nella tarda mattina, accompagnavo il papà al bar vicino a casa. Di solito il premio per una giornata da brava bambina era una spuma dalla tinta vivace, di colore arancio finto.
Solo in casi eccezionali, come la promozione, Natale o S. Lucia, la spuma era accompagnata da un boero incartato con una scoppiettante carta stagnola rossa. Conservavo a lungo e con cura la stagnola nel quaderno di scuola, come un tesoro prezioso e raro e affrontavo il boero succhiandolo con gusto, attenta a non perdere neanche una goccia del liquore zuccherino che copriva la ciliegia.
Avevo sei anni, ero alta, esile e sognavo di fare la ballerina.
Al bar del Memo, sotto gli sguardi compiacenti dei pochi avventori e lo sguardo orgoglioso del mio papà, si ripeteva ogni volta lo stesso rituale:
Memo chiedeva: “Dime qua bela, cossa vuto far da grande?”
Io rispondevo, con un sorriso nell’anima e con gli occhi scintillanti: “La ballerina”.
E il Memo: “Ma va' dai … Sìto almànco bona de balàr?”.
E io, che apposta mi ero messa le pantofole morbide di feltro, mi alzavo sulle punte, allungandomi verso l’alto e librandomi verso futuri quanto ipotetici successi di palcoscenico.
Poi i passaggi degli aerei nel cielo, con lunghe scie bianche che rigavano la valle da est a ovest, si fecero più frequenti ed io, seguendo nuovi sogni e nuove aspirazioni, cominciai a dirottare le mie attenzioni verso nuovi obiettivi.
Fare l'hostes doveva essere proprio un bel mestiere ...!

Marisa

IL PRIMO GIORNO DI LAVORO

Quanti anni sono passati! Fatico a ricordare quale è stato realmente il mio primo giorno di lavoro. Ho fatto parecchie cose nella mia vita, mettendo insieme le esperienze più disparate tuttavia, per coerenza con il mio lungo percorso di insegnante nelle scuole dell’infanzia, racconterò non tanto il primo giorno in assoluto quanto quello che ricordo con più chiarezza.
Avevo ottenuto un avvicinamento alla città, come insegnante di doposcuola nella scuola materna di un quartiere popolare, in periferia, allora poco meno che campagna.
Ricordo con vivezza il mio ingresso nel giardino della scuola. Suonai il campanello, un solo breve squillo educato. Avevo ventun’anni ed era il 1969.
Una bidella con il grembiule blu mi attendeva sull’uscio dell’edificio con aria indagatrice. Chi ero?
Esitai un attimo prima di dire “insegnante del doposcuola”. Ancora non avevo preso confidenza con il mio ruolo ed ero giovane e timida.
“Vedo se la dirigente è libera” fu la brusca risposta.
La dirigente non era altro che una insegnante anziana, designata dal Comune a dirigere la scuola in tutti i suoi aspetti: amministrativo e pedagogico-didattico.
La bidella, bussando con nocche leggere alla porta dell’aula, mi fece entrare, preannunciata come si usava fare in certi ambienti distinti.
Tenevo il grembiule bianco lavato e stirato ben teso sull’avambraccio sinistro, la mano destra era stretta allo spasimo, ad impugnare saldamente la tracolla della borsa, quasi a cercare sostegno ed aiuto.
I bambini erano tranquilli, seduti in banchi divisi, col grembiulino lindo e immacolato e con il fiocco rosa per le bambine e azzurro per i maschi. Mi guardavano con curiosità. Sessanta occhi ingenui puntavano verso di me. In quegli sguardi lessi sì curiosità ma anche offerta di amicizia e di possibili futuri affetti. Mi rincuorai.

La dirigente era una signora dai modi gentili e distinti, un tantino pomposi, che metteva immediatamente soggezione e timore. Io mi sentii subito inadeguata, spaventata dalla sua sicurezza. Era piccola e grassa, con i capelli ordinati da sembrare artificiali. Aveva uno sguardo acuto, perennemente vigile, talvolta accigliato.

Lo sguardo di lei corse immediatamente al mio grembiule.
Disse: “Signorina, ogni lunedì lo porti pulito e stirato. Questa è la nostra regola.” Poi invitò i bambini a cantare una canzone di benvenuto. La ricordo ancora:
“Bel tamburin se ti sento suonare, mi batte il cuore e mi fermo a guardare. Perepepè perepepè”.
Poi invitò la bidella ad accompagnarmi in quella che sarebbe diventata la mia sezione.
Qui mi accolse una atmosfera assolutamente diversa. I bambini facevano chiasso, passavano da un banco all’altro, litigavano. L’insegnante era una donna alta, un po’ curva, con una ridicola frangetta tagliata troppo corta, e un viso molto singolare direi. Camminava dondolando e alzava spesso la voce, inutilmente. Nei dieci minuti di compresenza mi raccontò tutto il male possibile del lavoro e mi delegò immediatamente a tenere il diario scolastico aggiornato, un dovere disse. Lei non ne era capace, aggiunse.
Prima di uscire mi informò che la “ricreazione”, per ordine della dirigente, aveva una ritualità e una organizzazione ben precise.
Si usciva al suono della campanella, in fila e con ordine.
All’ingresso si indossava il cappotto e il berretto. Anche sciarpa e guanti se c’erano. Poi, scesi i gradini, si prendeva posto in una delle quattro porzioni di prato in cui era diviso il cortile. I vialetti facevano da divisori. La dirigente non aveva piacere che le sezioni si mescolassero in quanto ciascuna insegnante era responsabile del proprio gruppo e doveva vigilare in piedi che i giochi non diventassero pericolosi.
Il monito: “Vigilare accanto ad una collega ha significato di conversazione e non di vigilanza”.
I bambini faticavano molto a mantenere questa divisione. Noi si passava il tempo a riprenderli.
Al poco gioco libero si dovevano alternare giochi strutturati come girotondi, ginnastica, giochi con la palla, giochi con i birilli, salto della corda, ecc.
Io ero stupita, incapace di accettare regole così rigide e sciocche. Non volevo essere un cane da pastore ma una educatrice!
Dopo le prime settimane infatti presi coraggio e ridiscussi l’organizzazione e i rituali della ricreazione. In realtà non ci fu un grande confronto ma ci furono proposte di gioco allegre e allettanti, corse scatenate, mosca cieca, salti e nascondini.
La mia vitalità e la mia allegria di vivace ventenne, risultò contagiosa. Caddero i confini dei vialetti e delle aiuole. La dirigente scuotendo la testa mormorava: “Ah queste giovani …!” Lo diceva però con un leggero sorriso. Io capii che potevo osare. E osai, sostenuta dalle colleghe più giovani …
I bambini cominciarono a mescolarsi, rincorrendosi per tutto il giardino, con naturalezza e senza più barriere. Anche le maestre assunsero nel tempo un diverso atteggiamento tra loro, più amichevole e più colloquiale. Persino più solidale. Ciascuna di noi si sentiva investita della responsabilità di tutti i bambini, e non più solo di quelli della propria sezione. Qualche rara parola tra noi non comprometteva certo la vigilanza e ai bambini doveva essere concesso spazio e tempo per il gioco libero, per instaurare relazioni, per provare nuove autonomie.
Questo è stato il primo di tanti cambiamenti che la mia generazione di insegnanti ha portato nelle scuole materne del tempo. Altri cambiamenti anche strutturali, sarebbero arrivati in seguito, insieme a un prestigioso riconoscimento dell’Unesco alle Scuole dell’Infanzia italiane: una scuola di Reggio Emilia fu riconosciuta la miglior scuola materna del mondo.
Anche a Verona ci abbiamo provato ad essere migliori, lo dico con tutto l’orgoglio di chi ha dedicata l’anima e il cuore al proprio lavoro! Erano tempi in cui si sognava di cambiare il mondo e si aveva il coraggio di osare.

Marisa

22 novembre 2008

8 dic 2008

NON E' MAI TROPPO TARDI PER UN BEL RICORDO


Vi auguro la buona notte con una poesia di Luisa Spaziani

L'AURIGA

Auriga ritto sul suo carro, tiene
le redini la mano del poeta,
quella mano che scrive, che capta
le quattro direzioni dello spirito.

Lo spirito è un ossigeno, s'insinua
in ogni virgola, atomo o parola.
Non ha bei sentimenti, non consola.
Talvolta è pura polvere da sparo.

(Betty)