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Ciao a tutte,
Benvenute nel blog "inpuntadipenna2007"
Questa iniziativa ci offre ulteriori occasioni
di scrittura e di scambio di relazioni.
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di condividere interessi ed esperienze.
Un contributo di crescita ed amicizia per il nostro
gruppo di scrittura molto speciale.
Che un buon demone ci accompagni.
Corinna



14 giu 2008

GIOCHI D'INFANZIA

GIOCHI D’INFANZIA
I miei giochi liberi in un campo che era terra di nessuno. L’accesso libero, senza orari e lì la terra era ruvida, dura, battuta da mille piedi di bambini, puledri dalle briglie sciolte che corrono e giocano nel vento.
Giochi di bambini che si spingono, si rincorrono, gareggiano, vincono e perdono e continuano a giocare a darsela, a nascondino, saltano come giovani gazzelle nel cortile tra le sterpi del campo e poi anche all’avventura dentro il canneto a ispezionare angoli nascosti, proibiti.
Spazi limitati per noi senza limiti perfettamente adatti alle nostre scorribande, da condividere in gruppo, ma anche con l’amico del cuore a sognare.
Un paradiso confinante con la strada ferrata che lo sovrastava e lo rendeva una volta di più ricco di fascino per sempre probabili nuove avventure, sebbene rasente casa. Attizzava i miei sogni il treno, ogni volta che passava con un rumore assordante ed un pennacchio di fumoso vapore candido, che si distendeva come un velo da sposa candido e sfilacciato sopra la locomotiva ed i primi vagoni.
Sorprendente l’effetto, quella sensazione di venire risucchiata, spinta, poi un senso di un vuoto improvviso operato dallo spostamento d’aria della macchina in transito con il suo seguito di vagoni merci o passeggeri.
Pareva volermi inghiottire e un brivido mi scendeva lungo la schiena. La ventata ci lasciava incolumi e andava oltre attraversava il canneto come un’improvvisa breve tempesta, ne stravolgeva il silenzio, sbatteva e scuoteva le canne di bambù ed andava a spegnersi oltre noi che guardavamo incantati stormi d’uccellini alzarsi tutti insieme, prendere il volo per poi ritornare subito dopo.
Ad annunciare il suo arrivo un rito ed il grido: Uno di noi, di solito i più grandi ed esperti, poggiava il suo orecchio sul grosso tubo di ferro color porpora che fiancheggiava e perdita d’occhio la via ferrata per captare, lontano, il segnale del treno in arrivo, un rumore particolare che si udiva anche accostando l’orecchio alle rotaie, era più chiaro, ma era più pericoloso e assolutamente proibito. AI grido “arriva, arriva” l’eccitazione saliva, si respirava densa, palpabile, ci schieravamo spalla a spalla, impossibile stare fermi in attesa del treno che, ancora fuori dal nostro orizzonte, si sarebbe annunciato di lì a poco.
Le gambe saltellavano per conto loro e le braccia lanciate nel vuoto, pronte per lanciare il saluto a chi era in viaggio; qualche minuto lungo più degli altri e poi, con un bagliore remoto, la luce del sole che si rifletteva sul parabrezza del treno, come un esplosione feriva l’orizzonte nel suo centro, dritto davanti a noi e s’avvicinava sempre di più.
Rivivo l’eccitazione, il brivido, la frescura per l’aria che ci investe, ci spettina, graffiante sulla pelle, sembra trascinarci nel suo vortice mentre tutti urliamo a più non posso il nostro ciao, in fila, uno accanto all’altro ora mano per mano ai bordi della rotaia, al sicuro oltre il grosso tubo, siamo ad assaporare eccitatissimi quel brivido per l’attesa prima e per il suo passaggio poi. Allegro il fischio e quel ciufff… ciuff… ciuf.. da forte a misurato, sempre più prudente, un faticoso soffio in prossimità del ponte ferrato, della stazione e poi un ciuf, ciuff, ciuff che riprende in progressione sempre più veloce subito dopo il piccolo centro abitato.
Noi che vorremmo trattenerlo lo inseguiamo con una breve corsa, per poco, fila veloce il treno e poi con gli occhi spalancati lo guardiamo diventare un’ombra e spegnersi oltre l’orizzonte; le nostre braccia che ancora regalano l’ultimo saluto al vento.
E allora ecco un nuovo gioco, sempre lì, lungo la ferrovia e il suo condotto, lo stesso tubo di prima, veniva usato per farci dei segnali a distanza. A turno si battevano con un sasso dei colpi e gli altri ascoltavano le vibrazioni entrare nell’orecchio e ronzarci dentro. Era il gioco dei segnali. Avevamo stabilito alcune regole per un linguaggio essenziale fatto di un certo numero di colpi più o meno forti o minimi, che ora però non ricordo, era il nostro alfabeto morse. Nella piana invece un altro gioco divertentissimo, accidenti se lo era. I maschi accendevano un bel fuoco e poi via con i segnali di fumo. Segnali incomprensibili,ma non per la nostra fantasia, segnali di una squadra di guerrieri sioux. Ed io mi ricordo che sono stata felice in quella piccola tribù di piccoli e giovani guerrieri indiani.
Ritornano vive le belle atmosfere, le complicità, il senso di appartenenza e quella regola, quel famoso tutti per uno, uno per tutti. Segnali segreti per quella tribù di scalmanati maschi con i quali io, l’unica femmina, avevo l’onore e l’onere di giocare ed anche qualche volta subire i loro dispetti. Si capitava, ma subire qualche scorrettezza valeva la pena pur di rimanere nel gruppo.
Ed essere complici nell’accendere fuochi piccoli, ma per noi grandi, “proibiti”, passione dei maschi quei segnali di fumo, usavano vecchie stuoie e maglioni e tutti insieme ad osservare le folate di fumo alzarsi, investire qualcuno facendolo tossire e poi disperdersi come le nostre fantasie in alto nel cielo.
Noi eravamo nella storia, nella riserva, nella prateria, liberi. A giocare al tiro a segno con frecce rudimentali ed archi che lo erano altrettanto, utilizzavamo ciò che trovavamo in natura nella nostra riserva. Cerbottane fatte con canne di bambù grezze, archi con rami d’albero piegati e formati con uno spago teso legato agli estremi, così come le frecce lavorate con un coltellino per appuntirle quanto bastava, lo stesso valeva per costruirsi una fionda. Bastava trovare un ramo biforcuto da tagliare e lavorare, due elastici robusti e un pezzo di pelle o meglio ancora cuoio e infine fabbricarci tante piccole palline di carte da utilizzare per le nostre battaglie. I più scalmanati non s’accontentavano della carta e, disobbedendo ai genitori, raccoglievano manciate di sassolini più o meno piccoli, che riempivano e spesso bucavano le loro tasche, sfidavano la sorte e accettavano il rischio di essere scoperti e puniti di conseguenza: a letto presto e senza cena; a casa mia era proprio così e guai se la mamma reclamava, ne nasceva un vero litigio.
D’estate si giocava fino a sera tarda, a nasconderci, a saltare la corda, una lungo pezzo di spago messo doppio o triplo, sapevamo industriarci, dovevamo industriarci, inventavamo insieme e i piccoli imparavano dai grandi a giocare con la palla ed il pallone di calcio, si scorazzava con qualche bicicletta vecchia che era a disposizione di tutti e che noi più piccini, il mezzo più grande di noi, cavalcavamo barcollando e pedalavamo retti mani che arrivavano con fatica al manubrio, i piedi spingevano forte e andavano su e giù faticosamente, orgogliosi se riuscivamo a non cadere, cosa che spesso succedeva.
Nascondino, bandiera, palla prigioniera o avvelenata, fazzoletto, girotondo, giochi con gli shangai e le carte per le giornate di pioggia, il giro dell’oca, la dama e la tria ecc. In mezzo a tutto questo nasceva anche qualche lite, qualche incidente involontario, tante escoriazioni, poche lacrime e si ripartiva all’arrembaggio.
La parte straordinaria della mia infanzia e del gioco è racchiusa lì in quel cortile e quella strada ferrata, in quella casetta in canadà, quel canneto dove io piccola squow al seguito di quella tribù di bambini ero ancora spensierata, liberi di sporcarci, di pestare le pozzanghere in ogni stagione, liberi di cantare, gridare a squarcia gola anche in pomeriggi sonnacchiosi. L’importante era non litigare ed alzare le mani.
Senza tregua il tempo del gioco era vissuto intensamente e si rinnovava in continuazione e si passava da un gioco all’altro e i piccoli seguivano i più grandi ed obbedivano anche quando si trattava di torturare gatti o mutilare code di lucertole che spaventate riuscivano anche a salvarsi.
Lì ho vissuto, bambina piccola, il primo batticuore ed il “corteggiamento”, le attenzioni di Francesco, mio cavaliere forse era della mia stessa età, ma per questo ci sarà un tempo opportuno per spiegare i primi palpiti. Era questo il gioco innocente di quando eravamo soli e il cortile era silenzioso, tutto per noi, perché i più grandi erano in castigo o impegnati a casa con i compiti.
I miei giochi liberi in quel brullo campo battuto dal sole sono finiti quando io avevo appena passata l’età dei sei anni.
E fu in un giorno qualunque che all’improvviso finii in un baratro, in quel collegio dimenticato da Dio. Fu un dolore immenso, una violenza, un’ingiustizia tremenda e i giochi, le filastrocche, i canti di lì, di quel posto presero un sapore diverso, di nostalgia, rimpianto, malinconia, tristezza per l’ambiente perduto.
La partecipazione c’era, parziale, obbligata o subita, con il cuore in quella terra grezza, in quella patria lontana, un giocare inquinato da quel meraviglioso ricordo che divenne ogni giorno sempre di più un sogno struggente.
Giochi diversi in spazi recintati, in un cortile pieno di bambine come me sfortunate, senza vie di fuga o un’uscita di sicurezza, lontana anni luce da casa, dai visi e dai giochi tanto amati, fuori da quel fugace tempo spensierato.
Giochi sotto controllo che divennero momenti per briciole di sollievo. Giochi di bambine, tranquilli, rilassanti anche, ordinati, in cerchio , accompagnati da canti come filastrocche, cantilene conte, simili alcuni a quelli di quel campo, ma condizionati proprio dall’esperienza di quel luogo magico perduto per sempre, quell’atmosfera, quella voce di mia madre calda, dolcissima che sento ancora risuonare, che ci chiama all’ora di pranzo o alla fine della giornata.
Morbida, dolce come e più di una carezza che riecheggia dentro di me assieme al suo viso bello, bellissimo, ma che dico angelico, umido come le mie lacrime che spiano, s’affacciano al bordo degli occhi mentre inaspettatamente rivivo i giochi della mia infanzia, in parte vissuta, in parte rubata e, in contrapposizione alla mamma giovane la vedo oggi nella sua serena, commovente, dolce vecchiaia.
Maristella

2 commenti:

In punta di penna ha detto...

Nella lettura di mercoledì mi si sono fissate alcune immagini: voi bambini lungo il binario col treno sbuffante che passa e le canne mosse dal vento. Un quadro.
Ciao Marisa

In punta di penna ha detto...

Complimenti Maristella,
sono felice che abbiano scelto la tua poesia.
Verrei volentieri a Soave, ma arrivano mia figlia, il mio nipotino proprio per ora di cena.
Ti sono vicina con il pensiero e ti
abbraccio Lucia