BENVENUTE

Ciao a tutte,
Benvenute nel blog "inpuntadipenna2007"
Questa iniziativa ci offre ulteriori occasioni
di scrittura e di scambio di relazioni.
Una volta in più avremo così modo di stare insieme,
di condividere interessi ed esperienze.
Un contributo di crescita ed amicizia per il nostro
gruppo di scrittura molto speciale.
Che un buon demone ci accompagni.
Corinna



30 giu 2008

Eccomi! finalmente.....

Carissime,sono di nuovo fra voi, rientro con questa poesia che a me suona molto speciale.

O cuore, fa' conto d'avere
tutte le cose del mondo,
Fa' conto che tutto ti sia
giardino delizioso di verde,
E tu su quell'erba verde
fa' conto d'esser rugiada
Gocciata colà nella notte,
e al sorger dell'alba svanita
.

Omar Khayyam





Sono di nuovo in rete, la macchina diabolica ha ripreso a funzionare, ho potuto così leggere i vostri lavori, ritornare nel gruppo. Attendo le sintesi dei vostri elaborati per il Toca-tì. Un abbraccio Corinna

Tutti i gatti lo credono

Nerofumo e smeraldi,sulla vetta
di una colonna un gatto mi contempla
risibilmente piccolo, ma già
convinto di essere un dio
(Daria Menicanti 1963)

Mi piaceva troppo,volevo condividerla con voi
un abbraccio Lucia

29 giu 2008

DA BETTY COMMENTO IN TOURNEE

Nato per caso, nato per gioco,
il gruppo è cresciuto ed ha trovato uno scopo.
Ora ci spostiamo ed andiamo verso i monti
ad esibirci in allegria...
ma che bella compagnia!

27 giu 2008

Giochi della memoria

Ambientazione:
Estate
Anni ‘50
Viale Spolverini (circa a metà della via)
Borgo Venezia
Verona

Si chiama viale ma non è largo e nemmeno alberato, senza asfalto, lo faranno qualche anno più tardi, fiancheggiato da case modeste, abitate soprattutto da famiglie con basso reddito: operai, impiegati, ferrovieri, qualche militare. Niente negozi e poche botteghe. Tanti bambini.

La strada è parallela a via Antonio Pisano arteria ben più importante perché vi passano i filobus, ci sono i negozi ed è asfaltata.

Dall’altra parte è parallela al cosiddetto Fiumicello o meglio fosso anche se non vi passa nemmeno una goccia d’acqua da molto tempo. E’ un luogo pieno di macerie e rifiuti di vario genere e confina con un alto muro che lo separa dai capannoni di alcune fabbriche. Luogo proibito perché ci si può far male, si corre il rischio di prendere il tetano o di trovare qualche bomba inesplosa, ma anche luogo ideale per giochi diversi.

I buteleti vi giocano alla guerra, indiani contro caoboi e vi accendono meravigliosi quanto pericolosissimi fuochi. Noi butelete invece vi troviamo le pietre ideali per costruire il perimetro della casa.

Alle quattro del pomeriggio si fa merenda. Dopo si può scendere in strada a giocare. Se si tarda un po’ arriva subito la scampanellata impaziente dalle mie compagne di giochi.

Si gioca a peta, a corda, a palla, a volte con le pentoline: un miscuglio di polenta, farina, terra ed erba di marciapiede. Se piove si gioca sulle scale.

La sera assume un fascino misterioso. Si sta insieme buteleti e butelete. Nell’attesa che tutti scendano ci si siede in fila sul marciapiede o sul muretto della frutarola. C’è sempre qualcuno che racconta storielle o che fa il pagliaccio.

Giochiamo al telefono senza fili? Si dai. Io prima. Io seconda. Io terza. … E io? Devo sempre essere ultima? Allora non gioco! Dai ci sto io per questa volta!

Naturalmente nel passaparola le lettere si storpiano ed è difficile che arrivino esatte a destinazione, la parola urlata è spesso assurda e incomprensibile, con grandi risate di tutti i partecipanti. Il gioco per essere spassoso deve essere composto da almeno 4 o 5 giocatori e riesce divertente quando si usano parole strane o complicate (niente parolacce).

Annamaria

24 giu 2008

COMPITO

CUORI IN VACANZA

Noi stese al sole, corpi sfaccendati rilassati, un po’ annoiati, mentre i cuori tornano bambini, nel giocoso tuffarci e rituffarci in queste acque trasparenti ,cuori che si prendono una pausa, anche loro una vacanza e oggi festosi, infantili assaporano ogni ora,ogni minuto,di questo tempo che scorre fin troppo veloce, tra poesie lette e poesie scritte e le immancabili scroscianti risate, ma la nostra vena malinconica non ci abbandona e cosi ci scappa pure qualche lacrima…breve parentesi, pensiero molesto che scacciamo con decisione perché il cuore protesta: SONO IN VACANZA

LUISA

I MIEI GIOCHI DELLA MEMORIA

Dopo la fine della guerra a noi bambini non sembrava vero di poter giocare all’aria aperta, senza paura dei bombardamenti, senza la sera dover stare con la luce fioca o al lume della candela per tanto tempo per colpa del coprifuoco.
La prima sera che i genitori ci portarono fuori ricordo la meraviglia che provai nel vedere le strade illuminate; mi sembrava di sognare.
Uno dei giochi, di quei tempi era il gioco della palla al muro.
Spesso la palla era fatta di stracci e confezionata dalla mamma.
Senza farla cadere, altrimenti c’era l’eliminazione, si cantava buttandola al muro:

MUOVERMI e ci si muoveva
SENZA MUOVERMI e si rimaneva fermi
SENZA RIDERE e si stava seri
CON UN PIEDE ritti sopra un piede
CON UNA MANO giocare con una sola mano
AD ABBATTERE battere le mani
ZIGO ZAGO buttare indietro i gomiti
TOCCO TERRA toccare terra con una mano
UN BACINO bacio
CUORE mano sul cuore
ANGELI braccia incrociate sul petto
PISA CHE TI PISA far rimbalzare la palla tre volte sul muro




LO ZIGO ZAGO

Erano gli anni ’50, quando ci si divertiva tanto anche con poco, con tanto entusiasmo di stare insieme.
Si giocava disposti a cerchio, seduti per terra, anche in spiaggia, ognuno con uno zoccolo in mano. Oppure intorno ad un tavolo usando un oggetto qualsiasi.
All’inizio della cantilena tutti prontamente dovevano passare il proprio zoccolo al ragazzo seduto a destra e prelevare svelti quello che ci veniva posto da sinistra. E così via fino a quando, finita la canzone, quello che si trovava senza zoccolo, veniva eliminato e doveva fare la penitenza.
Si cantava insieme:

ALLO SVAGO DEL GIOCO
GIOCAVA IL SALTIMBANCO
GRIDAVA AL SOL
PAGHERO’ E PAGHEREMO
CON LO ZIGO ZIGO ZAGO
CON LO ZIGO ZIGO ZA


Ivana

23 giu 2008

Ricordi dell'infanzia

Carissime , leggo sempre con piacere i vostri scritti e le vostre filastrocche, io lo faccio raramente e me ne dispiace. Mercoledì spero di vedervi tutte compatibilmente con le ferie, vi leggerò quanto scritto perchè non sono riuscita a mettere sul blog la mia lettera.Arrivederci ed un abbraccio a tutte Paola

22 giu 2008

COMPITO

Anche in vacanza siamo state alunne diligenti.
Abbiamo svolto questo "compito" che estendiamo ad altre volenterose: "IL CUORE IN VACANZA"
Luisa e Betty

Svolgimento

Certo il cuore non si ferma, ma qualche volta va in vacanza, si prende pause dagli incessanti ritmi.
Si tuffa nel mare trasparente, ne ascolta la musica.
Il cuore può, dopo questa breve terapia intensiva, riprendere i suoi ritmi con un sogno in più.

FILASTROCCA DEL CUORE IN VACANZA

Come danza il mio cuore in vacanza!
Ballerino si improvvisa e tra un valzer e un minuetto
mi parla schietto:
"Io sto bene qui beato,
canto con il mare,
ballo tra le onde,
vedo verde splendente,
e ti giuro non tornerei per niente".


A proposito di conte, rammento queste:

Pin pin d'oro
la mela , l'arancia
quanti giorni sei stato in Francia
il lunedì, il mardedì...
pin pin d'oro tocca a tì!


Ai ulì ulè che tà musè,
che ta profi tè lusinghè
tu lì len blen blu
tu lì len blen blu.

Betty

P.S.
Non chiedetemi traduzioni e forse non sarà neppure scritta in modo corretto...

17 giu 2008

A MUOVERMI

Io a palla giocavo adattando i gesti e il lancio contro il muro al ritmo di alcune filastrocche:

Ino pino aio paio
ho perduto la scarpetta
ed il bravo calzolaio
me ne cuce un altro paio
Ino pino aio paio

Oppure cantavo questa poesia; risultava difficile ed impegnativa per i movimenti che richiedevano un buon coordinamento e molta destrezza:

Rinoceronte
che passa sotto il ponte
che salta e che balla
che gioca alla palla
che sta sull'attenti
che fa i complimenti
che dice buongiorno
girandomi intorno
gira rigira
la testa mi gira
non ne posso più
palla pallina cadi qui giù
cadi qui giù
cadi qui giù.

L'altra filastrocca, che ho sentito anche da Ivana nei suoi racconti al Circolo, dice:

A muovermi
Senza muovermi
A ridere
Senza ridere
Con un piede
Con una mano
A battere
Zigo zago
Tocco veste
Tocco terra
La ritocco
Violino
Bacino
Cuore
Angeli
Arcangeli
Paradiso
Ghisa



Ciao Marisa

16 giu 2008

Mostra a Mantova

Carissime tutte, io ed Anita sabato siamo andate a vedere la mostra a Mantova è proprio da vedere con tutte le sue magnifiche statue antiche in un palazzo che ogni volta affascina sempre di più. Andate e godetevi i capolavori dell'Arte Classica. Un abbraccio a tutte voi arrivederci a presto Paola
Verona, 16 giugno 2008

giocare alla casa o alla famiglia

Da sempre la casa mi è piaciuta. E' la tana dove ci si sente sicuri, dove ci si esprime più liberamente, la nicchia da curare per vivere bene.
Ricordo un gioco che facevo con un'amichetta di villeggiatura che poi sarebbe diventata arredatrice. Ci divertivamo, in montagna, nella pineta, a tracciare con delle piccole pietre, la pianta di una casa per poi giocare alla famiglia. Si decideva dove fare la cucina, il salotto, la sala da pranzo, l'office; che cos'era mai l'office, chissà dove avevamo appreso questo termine; si trattava, mi pare, di un cucinino-dispensa. Bisognava progettare le camere da letto, i piani della casa: si passava da un piano all'altro facendo finta di salire i gradini. Alla fine risultava una villa: poi dovevamo decidere i ruoli da interpretare: maschi non ce n'erano, quindi mamma e papà erano alternati; i figli erano delle bambole o meglio quei bambolotti che sembravano neonati o erano dei bambini più piccoli. Si riusciva anche ad iniziare il gioco ma... i preparativi avevano richiesto tanto tempo che, in un attimo si doveva rientrare a casa con la speranza di ricominciare il giorno successivo se ritrovavamo la nostra villa intatta. Altrimenti... tutto da rifare.

anita

gioco n.1 La palla

Quand'ero bambina il gruppo non era fondamentale. Alcuni giochi che si praticavano con gli amichetti continuavano poi anche anche quando si era soli. Un esempio: la palla. Era sufficiente avere un muro e una palla (c'era sempre una palla colorata a disposizione) e si poteva giocare per ore da soli. Si cominciava con dei semplici lanci contro il muro, poi si faceva passare la palla dietro la schiena, poi sotto una gamba, poi si lanciava con entrambe le mani come nella pallavolo, poi a mani alternate e così via ..... finchè la fantasia si esauriva.
Era bella quell'indipendenza dal gruppo!
Quando eravamo soli, era una specie di allenamento per affinare le nostre abilità così si faceva una più bella figura con gli amici quando giocavamo assieme, quando scattava la competizione. Allora, con gli altri, c'era la gioia di esibire il livello di "perfezione" raggiunto, di migliorare ancora all'interno del gruppo, di esibire la nostra scioltezza.. volevamo diventare sempre più bravi.
Nella solitudine non avevamo paura della noia perchè un'attività di riserva c'era sempre.

anita

14 giu 2008

GIOCHI D'INFANZIA

GIOCHI D’INFANZIA
I miei giochi liberi in un campo che era terra di nessuno. L’accesso libero, senza orari e lì la terra era ruvida, dura, battuta da mille piedi di bambini, puledri dalle briglie sciolte che corrono e giocano nel vento.
Giochi di bambini che si spingono, si rincorrono, gareggiano, vincono e perdono e continuano a giocare a darsela, a nascondino, saltano come giovani gazzelle nel cortile tra le sterpi del campo e poi anche all’avventura dentro il canneto a ispezionare angoli nascosti, proibiti.
Spazi limitati per noi senza limiti perfettamente adatti alle nostre scorribande, da condividere in gruppo, ma anche con l’amico del cuore a sognare.
Un paradiso confinante con la strada ferrata che lo sovrastava e lo rendeva una volta di più ricco di fascino per sempre probabili nuove avventure, sebbene rasente casa. Attizzava i miei sogni il treno, ogni volta che passava con un rumore assordante ed un pennacchio di fumoso vapore candido, che si distendeva come un velo da sposa candido e sfilacciato sopra la locomotiva ed i primi vagoni.
Sorprendente l’effetto, quella sensazione di venire risucchiata, spinta, poi un senso di un vuoto improvviso operato dallo spostamento d’aria della macchina in transito con il suo seguito di vagoni merci o passeggeri.
Pareva volermi inghiottire e un brivido mi scendeva lungo la schiena. La ventata ci lasciava incolumi e andava oltre attraversava il canneto come un’improvvisa breve tempesta, ne stravolgeva il silenzio, sbatteva e scuoteva le canne di bambù ed andava a spegnersi oltre noi che guardavamo incantati stormi d’uccellini alzarsi tutti insieme, prendere il volo per poi ritornare subito dopo.
Ad annunciare il suo arrivo un rito ed il grido: Uno di noi, di solito i più grandi ed esperti, poggiava il suo orecchio sul grosso tubo di ferro color porpora che fiancheggiava e perdita d’occhio la via ferrata per captare, lontano, il segnale del treno in arrivo, un rumore particolare che si udiva anche accostando l’orecchio alle rotaie, era più chiaro, ma era più pericoloso e assolutamente proibito. AI grido “arriva, arriva” l’eccitazione saliva, si respirava densa, palpabile, ci schieravamo spalla a spalla, impossibile stare fermi in attesa del treno che, ancora fuori dal nostro orizzonte, si sarebbe annunciato di lì a poco.
Le gambe saltellavano per conto loro e le braccia lanciate nel vuoto, pronte per lanciare il saluto a chi era in viaggio; qualche minuto lungo più degli altri e poi, con un bagliore remoto, la luce del sole che si rifletteva sul parabrezza del treno, come un esplosione feriva l’orizzonte nel suo centro, dritto davanti a noi e s’avvicinava sempre di più.
Rivivo l’eccitazione, il brivido, la frescura per l’aria che ci investe, ci spettina, graffiante sulla pelle, sembra trascinarci nel suo vortice mentre tutti urliamo a più non posso il nostro ciao, in fila, uno accanto all’altro ora mano per mano ai bordi della rotaia, al sicuro oltre il grosso tubo, siamo ad assaporare eccitatissimi quel brivido per l’attesa prima e per il suo passaggio poi. Allegro il fischio e quel ciufff… ciuff… ciuf.. da forte a misurato, sempre più prudente, un faticoso soffio in prossimità del ponte ferrato, della stazione e poi un ciuf, ciuff, ciuff che riprende in progressione sempre più veloce subito dopo il piccolo centro abitato.
Noi che vorremmo trattenerlo lo inseguiamo con una breve corsa, per poco, fila veloce il treno e poi con gli occhi spalancati lo guardiamo diventare un’ombra e spegnersi oltre l’orizzonte; le nostre braccia che ancora regalano l’ultimo saluto al vento.
E allora ecco un nuovo gioco, sempre lì, lungo la ferrovia e il suo condotto, lo stesso tubo di prima, veniva usato per farci dei segnali a distanza. A turno si battevano con un sasso dei colpi e gli altri ascoltavano le vibrazioni entrare nell’orecchio e ronzarci dentro. Era il gioco dei segnali. Avevamo stabilito alcune regole per un linguaggio essenziale fatto di un certo numero di colpi più o meno forti o minimi, che ora però non ricordo, era il nostro alfabeto morse. Nella piana invece un altro gioco divertentissimo, accidenti se lo era. I maschi accendevano un bel fuoco e poi via con i segnali di fumo. Segnali incomprensibili,ma non per la nostra fantasia, segnali di una squadra di guerrieri sioux. Ed io mi ricordo che sono stata felice in quella piccola tribù di piccoli e giovani guerrieri indiani.
Ritornano vive le belle atmosfere, le complicità, il senso di appartenenza e quella regola, quel famoso tutti per uno, uno per tutti. Segnali segreti per quella tribù di scalmanati maschi con i quali io, l’unica femmina, avevo l’onore e l’onere di giocare ed anche qualche volta subire i loro dispetti. Si capitava, ma subire qualche scorrettezza valeva la pena pur di rimanere nel gruppo.
Ed essere complici nell’accendere fuochi piccoli, ma per noi grandi, “proibiti”, passione dei maschi quei segnali di fumo, usavano vecchie stuoie e maglioni e tutti insieme ad osservare le folate di fumo alzarsi, investire qualcuno facendolo tossire e poi disperdersi come le nostre fantasie in alto nel cielo.
Noi eravamo nella storia, nella riserva, nella prateria, liberi. A giocare al tiro a segno con frecce rudimentali ed archi che lo erano altrettanto, utilizzavamo ciò che trovavamo in natura nella nostra riserva. Cerbottane fatte con canne di bambù grezze, archi con rami d’albero piegati e formati con uno spago teso legato agli estremi, così come le frecce lavorate con un coltellino per appuntirle quanto bastava, lo stesso valeva per costruirsi una fionda. Bastava trovare un ramo biforcuto da tagliare e lavorare, due elastici robusti e un pezzo di pelle o meglio ancora cuoio e infine fabbricarci tante piccole palline di carte da utilizzare per le nostre battaglie. I più scalmanati non s’accontentavano della carta e, disobbedendo ai genitori, raccoglievano manciate di sassolini più o meno piccoli, che riempivano e spesso bucavano le loro tasche, sfidavano la sorte e accettavano il rischio di essere scoperti e puniti di conseguenza: a letto presto e senza cena; a casa mia era proprio così e guai se la mamma reclamava, ne nasceva un vero litigio.
D’estate si giocava fino a sera tarda, a nasconderci, a saltare la corda, una lungo pezzo di spago messo doppio o triplo, sapevamo industriarci, dovevamo industriarci, inventavamo insieme e i piccoli imparavano dai grandi a giocare con la palla ed il pallone di calcio, si scorazzava con qualche bicicletta vecchia che era a disposizione di tutti e che noi più piccini, il mezzo più grande di noi, cavalcavamo barcollando e pedalavamo retti mani che arrivavano con fatica al manubrio, i piedi spingevano forte e andavano su e giù faticosamente, orgogliosi se riuscivamo a non cadere, cosa che spesso succedeva.
Nascondino, bandiera, palla prigioniera o avvelenata, fazzoletto, girotondo, giochi con gli shangai e le carte per le giornate di pioggia, il giro dell’oca, la dama e la tria ecc. In mezzo a tutto questo nasceva anche qualche lite, qualche incidente involontario, tante escoriazioni, poche lacrime e si ripartiva all’arrembaggio.
La parte straordinaria della mia infanzia e del gioco è racchiusa lì in quel cortile e quella strada ferrata, in quella casetta in canadà, quel canneto dove io piccola squow al seguito di quella tribù di bambini ero ancora spensierata, liberi di sporcarci, di pestare le pozzanghere in ogni stagione, liberi di cantare, gridare a squarcia gola anche in pomeriggi sonnacchiosi. L’importante era non litigare ed alzare le mani.
Senza tregua il tempo del gioco era vissuto intensamente e si rinnovava in continuazione e si passava da un gioco all’altro e i piccoli seguivano i più grandi ed obbedivano anche quando si trattava di torturare gatti o mutilare code di lucertole che spaventate riuscivano anche a salvarsi.
Lì ho vissuto, bambina piccola, il primo batticuore ed il “corteggiamento”, le attenzioni di Francesco, mio cavaliere forse era della mia stessa età, ma per questo ci sarà un tempo opportuno per spiegare i primi palpiti. Era questo il gioco innocente di quando eravamo soli e il cortile era silenzioso, tutto per noi, perché i più grandi erano in castigo o impegnati a casa con i compiti.
I miei giochi liberi in quel brullo campo battuto dal sole sono finiti quando io avevo appena passata l’età dei sei anni.
E fu in un giorno qualunque che all’improvviso finii in un baratro, in quel collegio dimenticato da Dio. Fu un dolore immenso, una violenza, un’ingiustizia tremenda e i giochi, le filastrocche, i canti di lì, di quel posto presero un sapore diverso, di nostalgia, rimpianto, malinconia, tristezza per l’ambiente perduto.
La partecipazione c’era, parziale, obbligata o subita, con il cuore in quella terra grezza, in quella patria lontana, un giocare inquinato da quel meraviglioso ricordo che divenne ogni giorno sempre di più un sogno struggente.
Giochi diversi in spazi recintati, in un cortile pieno di bambine come me sfortunate, senza vie di fuga o un’uscita di sicurezza, lontana anni luce da casa, dai visi e dai giochi tanto amati, fuori da quel fugace tempo spensierato.
Giochi sotto controllo che divennero momenti per briciole di sollievo. Giochi di bambine, tranquilli, rilassanti anche, ordinati, in cerchio , accompagnati da canti come filastrocche, cantilene conte, simili alcuni a quelli di quel campo, ma condizionati proprio dall’esperienza di quel luogo magico perduto per sempre, quell’atmosfera, quella voce di mia madre calda, dolcissima che sento ancora risuonare, che ci chiama all’ora di pranzo o alla fine della giornata.
Morbida, dolce come e più di una carezza che riecheggia dentro di me assieme al suo viso bello, bellissimo, ma che dico angelico, umido come le mie lacrime che spiano, s’affacciano al bordo degli occhi mentre inaspettatamente rivivo i giochi della mia infanzia, in parte vissuta, in parte rubata e, in contrapposizione alla mamma giovane la vedo oggi nella sua serena, commovente, dolce vecchiaia.
Maristella

13 giu 2008

Partecipate con me

la mia poesia "scampoli di tempo" è stata scelta e sarà letta all'interno della manifestazione, organizzata da Legambiente di Soave, "L'Amore di Silvia" Si terrà Sabato 21 Giugno alle ore 21,30 a: Parco Zanella - Soave. Io sarò lì e se non avete altri impegni per allora venite,perchè insieme si sta meglio e l'unione fa la forza.Mary

I GIOCHI, L'INFANZIA

Silenzio, un po' di silenzio. Mi fermo un attimo ad ascoltarmi. La mia infanzia , i suoi giochi, il suo cortile, gruppi di bambini vocianti, biciclette, pattini, corde, mercatini, ma ho già scritto di questo nella filastrocca del cortile. Non ho raccontato però che sin dall'infanzia la vita ha iniziato a lanciarmi messaggi di malinconia. A volte desideravo stare sola e allora le lacrime scivolavano spontanee e spesso inspiegabili, netto però era il sentimento di inadeguatezza, mai del tutto risolto.
Ripensando alla mia infanzia e ai suoi giochi, non potevo non considerare questo aspetto che ha poi condizionato la mia formazione. Infatti malinconia e gioia nella mia vita, si sono poi sempre intrecciate e in fondo in fondo credo che siano così innamorate, talmente innamorate, da essere inscindibili.
Voglio comunque raccogliere con ordine i miei giochi, le "conte", le canzonette spensierate, e prometto di non far trasparire alcuna ombra di malinconia.
Vi abbraccio tutte, Betty.

IMBRIGLIARE I RICORDI

Fruga,cerca,rammenta..dove sono finiti i miei giochi??
Nell'attesa che la nebbia degli anni si dissolva e lasci intravedere quei ricordi lontani, ti propongo, cara Marisa, alcuni versi presi in prestito che spero ti
piacciano.
Ciao Buone vacanze Luisa


MI GIUNGERAI

Dalle vie di betulla entro i cortili,
al solitario perdersi dei buoi
dietro la curva; oltre la sassaiola
rovinata a valle, nel vivo
dei mattini mi giungerai

di nuovo parleremo col respiro
mozzato dei vent'anni,
nel tuo spento sorridere che amavo
mi mostrerai i tuoi figli

R.Vecchioni

12 giu 2008

Per Marisa... e tutte le altre

LE CAMPANE DI PULA

Mezzogiorno


Come scroscio di ruscello sui sassi
Si srotola nell’aria abbagliante
Il suono di mille campane


Sera


Nel riverbero azzurrino
Si sciolgono cantilenando a grappoli
I rintocchi delle campane


Luciana, settembre 2007

Batti batti

"Batti uno,
batti due,
batti tre
faccio un giro
lo rifaccio
tocco terra
la ritocco
olio, pepe, sale
se cade, non più vale
"
Quante volte ho ripetuto questo gioco e quanto l'ho amato!
Da sola mi esercitavo sul lato est della mia casa, in uno stretto cortile, delimitante la nostra proprietà da quella dei vicini (assenti gran parte dell'anno perchè emigrati nel milanese). Così, quando in seguito avevo modo di fare una partita con amici o cugine, sarei stata pronta a batterle. Era un gioco che mi appassionava molto e che rimembro con nostalgia.
Bastava una palla di media dimensione, buona compattezza, leggera.Ricordo una pallina bianca con grossi pois rossi e azzurri, quella rimbalzava in modo eccellente e mi permetteva di fare veloci piroette, piegamenti e slanci a destra sinistra, su e giù riuscendo quasi sempre a riafferrarla.
Il gioco era di abilità, richiedeva destrezza e sicuramente preveniva i problemi di lateralizzazione e di coordinazione oculo-manuale.
La mamma mi doveva chiamare innumerevoli volte prima che io decidessi di abbandonare la mia passione. Quando giocavamo almeno in due, ogni volta che la palla cadeva a terra, era il turno dell'altro. Vinceva chi riusciva a ripetere più volte la sequenza iniziale senza errare. E alla fine scattavano le penitenze:
Dire
Fare
Baciare
Lettera
Testamento
In genere venivi sottoposto a pene piuttosto pesanti: baciare il ragazzino meno attraente, fare corse sfrenate lunghissime e a tempo, dire parole o frasi che non avresti mai osato pronunciare, svelare segreti, subire sulla tua schiena la stesura di una lettera o un testamento ricevendo una botta, un calcio, un pizzicotto o qualche altra tortura ad ogni segno di punteggiatura, ed erano sempre tanti!
Quante ore trascorse in quello sapazio angusto con Sandra, Patrizia, Annunciata, Valerio...o semplicemente da sola, sorridendo alla vita, al gioco, al mondo!
Il pessimismo leopardiano che mi accompagnò negli anni seguenti mi impedì di rammentare questi gioiosi momenti ma col tempo riaffiorano e mi fanno rivivere quello stato di ebbrezza spensierata che sto imparando lentamente a riassaporare.

Date in cui probabilmente sono libera x Mantova

Carissime,ho controllato l'agenda e se non ci saranno imprevisti nel mio calendario di impegni (e spesso a scuola ce ne sono), dovrei esser libera lunedì 16, venerdì 20 e lunedì 23.
Se è possibile mi aggrego, ma non voglio condizionare nessuno. Un forte abbraccio Adriana

Giochi della memoria

Nulla mi viene in mente,
e dei giochi della memoria non ricordo niente
come se non avessi giocato mai;
(Marisa insiste che invece ho giocato e giocato assai..)
Infatti:In un angolo di casa c'é una bimba
seduta sulle ginocchia della mamma che le canta:
"..Tutun, tutun musseta la mama la vien da messa
con le tetine piene da darghe ai so butini..
I butini non i ghe ne vol, el papà el ghe ie fa tor
e la mama la fa la supa, el papà la magna tuta..."
Le ginocchia della mamma si aprono all'inprovviso
ed io casco quasi per terra, lei però mi tiene forte
e mi abbraccia con un gran sorriso.
C'é anche l'alternativa :"... Din- don, din- don, din- dela
sà maridà Brighela, l'ha tolto na veceta che salta e che ropeta"...
Oppure :"...Din- don, campanon, tre vecete sul balcon;
una la fila, una la taja, una la fa i capei de paja,
una la fa i capei d'argento par mandarli via col vento...."
Io cerco, cerco e cerco ancora nella memoria ;
Mi rivedo bimba purtroppo spesso sola,
a panciolle sotto un albero, incantata da una nuvola,
o lungo il fosso dietro casa per raccogliere una viola.
Che cammino alla ricerca di cinque sassolini,
possibilmente tondi, né grandi, né piccini,
ma eguali di misura, da stare in una mano.
Si sà che il gioco dei "sasseti" é di abilità,
mentre il salto della corda é di agilità.
Per non parlare di quella conta che m'impressionava tanto.
"...roba data, più ritornata, ci da e ci tol...un bisso nel..cor.."
Che paura se il dito finiva puntato sul mio cuore,
non ci dormivo la notte a pensare la biscia
arrotolata dentro di me; che orrore !
Insieme ai miei fratelli e ad altri " buteleti"
ho tirato con la fionda su barattoli e bottiglie,
ho corso qualche volta sul carettino a cuscinetti,
mi disputavo le "cartine" tirando con le biglie.
L'emozione e l'affetto vanno però al caleidoscopio
costruito per me dai miei fratelli,
e che considero ancor oggi, un gioco fra i più belli.
Mi bastava scuotere appena un poco
e con mio grande stupore
vedevo apparire immagini fantasmagoriche
che mutavano disegno e colore,
un gioco senpre nuovo di forme magiche e simmetriche
per incantare i miei occhi e meravigliare il mio cuore.

Lucia (maggio 2008)

IMPROVVISAMENTE TU

IMPROVVISAMENTE TU
A Roberto, al mio Infinito,
Fatale quel momento, perché proprio tu?
Misteriose quelle circostanze, curioso, no, quell’intreccio d’imprevisti?
Mi fanno pensare ad un destino che trama dietro le quinte ed indipendente organizza il suo piano.
Eppure, io so che tutto è successo a caso; so che, quel giorno, mai io mi sarei aspettata d’incontrare te: “la dolcezza al maschile
Quella tua semplice timidezza che diventa specchio in cui riflettermi, quegli sguardi, quel rossore incontrollabile, ma per me incredibilmente accattivante e, per la prima volta, quella luce della quale sono pieni i tuoi occhi scuri. Quest’ultima più di ogni altra cosa mi ha stregata ed ancora mi seduce.
Da subito quel giorno ti avrei portato con me, per proteggerti, così io credevo e la notte stessa ti ho sognato.
Quell’ascolto, perla assai rara, quei silenzi partecipati e nel tuo volto quella dolce espressione ad accompagnare le nostre chiacchiere di amiche che dopo tanto tempo, casualmente, si ritrovano. Desiderabile rimanere lì.
C’eri discreto, quasi invisibile,ma non per me che avvertivo già nel cuore un palpito inusuale, un’attrazione fatale che per paura volevo negare.
Non potevi essere che tu a rubarmi l’anima; un piccolo grande Uomo, forte e deciso, con un meraviglioso progetto d’amore da realizzare insieme, senza mollare mai.
Da subito ti avrei portato con me per proteggerti, io pensavo, ma non potevo ancora sapere che saresti stato tu a proteggere me ed i miei bambini.
Grazie perché ci sei.
tua Mary
Montorio, 4 giugno 2008

09 giu 2008

SCARDOVARI




Un timido velo di foschia
verso Santa Giulia
Acque immobili
che specchiano il cielo
(Narciso infinito ed eterno)
Chiamano uccelli di passo.
Una brezza leggera,
un brivido di poesia,
sfiora le erbe alte
con una carezza insistente
Restiamo come sospesi
a guardare lontano.

Marisa


Maggio 2008

07 giu 2008

FRANGENTI CULTURALI ... grazie

Grazie Corinna di averci intrattenute piacevolmente con la tua performance.
Grazie per la tua, (per il vostro), generoso impegno nel regalarci cultura e spazi di crescita e di ristoro dell'anima.
Le tue discenti Amichedipenna

ROSSO

Giovinezza mia! Mia scarpina
spaiata!
...
Giovinezza, mia pezza di rossa tela!
...
Brucia con la gonna color lampone,
mia giovinezza!

Marina Cvetaeva

05 giu 2008

Ci sono cose che volano
uccelli ore calabroni
di questa nessuna elegia

Ci sono cose che restano
dolore monti l'eterno
nemmeno queste mi riguardano

Ce ne sono che, ferme, sorgono
Posso spiegare il cielo?
Quanto è immobile l'indovinello!

E. Dickinson

(Betty)

04 giu 2008

IL SIGNORE NEL CUORE

Le era entrato nel cuore.
Passando dalla strada
degli occhi e delle orecchie
le era entrato nel cuore.
E li cosa faceva?
Stava.
Abitava il suo cuore come una casa

Vivianne Lamarque

(luisa)

DICHIARAZIONE

Ho un forte sentimento per te.

Se penso a te,
mi dà una botta.
Se ti sento,
mi dà una scossa.
Se ti vedo,
mi dà una fitta:
ho un forte sentimento per te.

Allora devo passare io a portartelo
o vieni tu a prendertelo?

Robert Gernhardt

(Betty)

02 giu 2008

Suggerimenti

Per visualizzare i vecchi post:
Cliccare sulla freccetta di Archivio blog e scegliere il mese preferito.
Arrivati in fondo alla pagina, selezionare le date desiderate.

Per modificare i propri post:
Cliccare su Nuovo post e poi su Modifica post. A questo punto selezionare il titolo del proprio post e cliccare su Modifica per fare le correzioni o Elimina per cancellarlo (verificando prima che sia quello giusto).